Nomos Edizioni presenta THÉRÈSE RIVIÈRE. Storia di uno sguardo di Anna Chiara Cimoli, un volume che restituisce al pubblico l’anticonformista parabola biografica e professionale dell’etnologa francese Thérèse Rivière (1901-1970). Figura fuori dagli schemi, la studiosa ha coltivato per tutta la vita un’arte del guardare sensibile, profonda e radicalmente anticonformista.
Entrata inizialmente come segretaria al Musée d’Ethnographie du Trocadéro di Parigi grazie al fratello Georges Henri Rivière (figura chiave della museologia del Novecento), Thérèse Rivière dimostra da subito un talento fuori dal comune. Donna, nubile e priva di titoli di studio accademici, riesce a conquistare in pochi anni una solida formazione teorica e sul campo, arrivando a dirigere l'importante dipartimento Afrique blanche et Levant. La svolta metodologica ed esistenziale per Rivière avviene tra il 1934 e il 1937 con la missione nell’Aurès, in Algeria, insieme alla collega Germaine Tillion.
Immersa tra le popolazioni Amazigh, l’etnologa costruisce con esse una profonda familiarità umana. È proprio questa vicinanza a permetterle di compiere un’impresa rivoluzionaria per l'epoca: capovolgere il paradigma distanziante e oggettivante della fotografia coloniale, restituendo uno sguardo paritario, partecipato e privo di filtri paternalistici.
Il ritorno a Parigi, appena prima della Seconda guerra mondiale, e il lavoro nel neonato Musée de l’Homme segnano purtroppo l’inizio di una tragica frattura. Emergono i sintomi di una grave fragilità psichica che la costringerà a lunghi e ripetuti ricoveri manicomiali, proprio nella drammatica stagione in cui i malati internati d’ufficio venivano trattati con l’elettrochoc. Laddove prima c’erano la libertà degli spazi aperti, subentra la contenzione delle mura ospedaliere. Eppure, la resistenza intellettuale di Thérèse Rivière rimane straordinaria: nonostante la memoria venga erosa dalle terapie invasive, la sua immaginazione resta vivissima. La sua risposta è nel disegno, nella scrittura, nella relazione, in una colossale pratica di resistenza che ha il proprio centro nella ricerca.
Attraverso uno studio rigoroso dei documenti d’archivio – che spaziano da una produzione di oltre novemila scatti fotografici a materiali filmici, scritti scientifici, diari e progetti culturali ideati persino dentro le strutture psichiatriche – Anna Chiara Cimoli ricostruisce in questo saggio il profilo dell’etnografa, della curatrice e della fotografa utilizzando gli strumenti della cultura visiva. Il volume si configura quindi come un tessuto insieme storico e poetico in cui si intrecciano temi di bruciante attualità: il colonialismo, l’abbraccio fra etnologia e museo negli anni delle dittature, l’autodeterminazione femminile e i modi della cura psichiatrica.
Nella postfazione del volume, lo psicologo Pietro Barbetta delinea così la complessità della figura di Rivière: "La formazione eclettica, le qualità pratiche e organizzative, la concretezza nel posare lo sguardo sulle cose e sugli eventi le forniscono competenze etnografiche inattese: potremmo definirla un’antesignana dell’antropologia visuale. Al contempo, si trova a essere paziente psichiatrica, nel gorgo della follia. È di origini campagnole, la sua famiglia proviene da zone rurali (…) Sono la terra e la fatica fisica osservata nei luoghi dov’è cresciuta a fornirle le competenze tecniche, ma è questo scarto tra le origini rurali, la vita parigina e, di nuovo, il rientro in aree rurali coloniali, diverse dalle proprie originarie, che le dà l’eccezionale curiosità che si traduce nelle immagini fotografiche. Tutto ciò, per una strana ragione, ha a che fare con la diagnosi che la porta all’internamento manicomiale, alle terapie convulsivanti.”.
Riletta oggi, alla luce degli studi postcoloniali e di genere, la vicenda di Thérèse Rivière restituisce un mosaico di intuizioni di sorprendente attualità. La sua disarmante ironia, la capacità di eludere le rigide gerarchie accademiche e una creatività che fece della ricerca sul campo un'autentica esperienza umana conferiscono al suo percorso una forza che continua a interrogare il presente. Irriducibile a schemi e classificazioni, Thérèse Rivière lascia in eredità uno sguardo libero, capace di attraversare le contraddizioni del suo tempo e di illuminare, ancora oggi, nuove possibilità di pensiero e di relazione con l'altro.
ANNA CHIARA CIMOLI
Storica dell’arte e museologa, insegna all’Università degli studi di Bergamo. Specializzata in museologia all’Ecole du Louvre di Parigi, ha svolto un dottorato in Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica al Politecnico di Torino. Si occupa in particolare della relazione fra museologia sociale, migrazioni e pratiche partecipative.
È curatrice di MUBIG, un museo di comunità nel quartiere milanese di Greco (con ABCittà), co-direttrice della rivista “Roots&Routes. Research on Visual Culture” e responsabile scientifica della collana “Museologia presente” di Nomos Edizioni.
Ha pubblicato i volumi Musei effimeri. Allestimenti di mostre in Italia 1949-1963 (il Saggiatore, 2007); Approdi. Musei delle migrazioni in Europa (CLUEB, 2018); ha curato La Divina Proporzione. Triennale 1951 (con F. Irace, Electa, 2007), Luciano Baldessari. Architetture per la scena (Electa, 2023). Per Nomos Edizioni ha curato Senza titolo. Le metafore della didascalia(con M.C. Ciaccheri e N. Moolhuijsen, 2020), Il museo necessario. Mappe per tempi complessi(con S. Bodo, 2023), Il teatro aureo. I disegni di Luciano Baldessari per il «Giuliano» di Riccardo Zandonai (2024) e Il tempo del Craja. Biografia di un caffè (2024).
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