La Galleria BPER, Ferrara
8 ottobre 2026 – 31 gennaio 2027
Con VANITAS inaugura a Ferrara Palazzo Barbantini-Koch all'interno del progetto "Poli Culturali BPER. Un Sistema di Patrimonio Diffuso"
Con l'apertura al pubblico di Palazzo Barbantini-Koch a Ferrara prende vita uno dei principali tasselli di Poli Culturali BPER. Un Sistema di Patrimonio Diffuso, il progetto attraverso cui BPER Banca mette in rete sedi storiche, collezioni, archivi e territori in un modello culturale unitario coordinato da La Galleria BPER.
Palazzo Barbantini-Koch, storica sede della Cassa di Risparmio di Ferrara e successivamente di BPER, viene restituito alla città dopo un importante intervento di recupero e rifunzionalizzazione. Il palazzo ospita il nuovo percorso permanente dedicato alla pittura ferrarese ed emiliana dal Quattrocento al Novecento, con opere provenienti dalla Corporate Collection BPER che raccontano la storia artistica e culturale del territorio.
Accanto alla collezione permanente prende avvio il programma delle mostre temporanee, pensato per approfondire temi, linguaggi e protagonisti della storia dell'arte attraverso progetti espositivi di alto profilo scientifico sviluppati in collaborazione con primarie istituzioni e partner culturali.
A inaugurare questo nuovo capitolo è la mostra VANITAS. Fiori e simboli, da Hayez a Casorati, curata da Fernando Mazzocca ed Elena Lissoni e realizzata da La Galleria BPER, in collaborazione con 24 ORE Cultura.
LA MOSTRA
C’è qualcosa di antico e irrisolto nel gesto di dipingere un fiore. Una tensione silenziosa tra la meraviglia davanti alla bellezza e la latente consapevolezza che quella bellezza è destinata a sfiorire. È da questa tensione – mai del tutto risolta, mai del tutto sopita – che nasce VANITAS. Fiori e simboli, da Hayez a Casorati realizzata da La Galleria BPER e ospitata a Palazzo Barbantini-Koch a Ferrara dall’8 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027.
Curata da Fernando Mazzocca ed Elena Lissoni e prodotta in collaborazione con 24 ORE Cultura,
la rassegna ripercorre l’evoluzione della pittura di fiori nell’arte italiana tra Ottocento e primo Novecento, da Francesco Hayez, protagonista assoluto del Romanticismo, fino a Felice Casorati, interprete di un universo sospeso e meditativo in cui i fiori perdono ogni connotazione decorativa per farsi presenze silenziose e simboli esistenziali. Un percorso che attraversa, lungo la seconda metà dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento – fino alla contemporaneità – i grandi movimenti dell'arte moderna: dal Romanticismo al Naturalismo, dal Divisionismo al Simbolismo, con protagonisti come Molteni, Domenico e Gerolamo Induno, Segantini e Previati, prima della cesura storica segnata dal primo conflitto mondiale e dall'avvento delle avanguardie.
Attraverso una selezione di oltre 40 opere tra dipinti e sculture, scelte con rigore per qualità e significato storico, il fiore è protagonista assoluto: è lo scenario in cui la bellezza e la malinconia si incontrano, dove il tempo lascia la sua impronta più sottile e più crudele.
Il genere della vanitas — tradizione figurativa che usa la fragilità dei fiori come specchio della precarietà dell’esistenza — diventa qui la chiave per rileggere un’intera stagione dell’arte e del pensiero. Le inquietudini del Romanticismo, le tensioni del Naturalismo, le oscure risonanze del Decadentismo, le suggestioni del Simbolismo: tutto converge nel petalo di una rosa, nel gambo spezzato di un giglio, nella luce che declina su una natura morta.
Specchio di un'intera epoca, i fiori riflettono anche i mutamenti della società borghese, in cui erano vissuti come elemento insostituibile dell'arredo domestico e come presenza muta e consolante nelle diverse fasi della vita — la nascita, gli incontri, la morte. Giardini coltivati e fiori recisi entrano così nel nuovo repertorio moderno, acquisendo una concretezza visiva e simbolica che si riconduce direttamente ai fatti dell'esistenza.
La mostra sceglie una prospettiva inedita, in quanto accanto alle opere pittoriche e scultoree — tra cui il dialogo, proposto per la prima volta, tra Hayez e Vincenzo Vela — il percorso intreccia le emozioni della poesia tra Romanticismo e Decadentismo, da Manzoni al Leopardi della Ginestra — il "fiore del deserto" simbolo del coraggio di sopravvivere — da Baudelaire al D'Annunzio dell'Alcyone, con i suoi fiori simbolisti, mitici cantori dell'unione panica con la natura. Per concludere con Pascoli e i protagonisti della letteratura crepuscolare come Gozzano e Palazzeschi. I versi immortali de Les Fleurs du Mal risuonano accanto alle tele, e il confine tra vedere e sentire si fa sottile, permeabile, vivo.
Uno spazio particolare è riservato a Amanzia Guerillot, pittrice lombarda di origine francese della quale si potranno ammirare l’emblematico ritratto eseguito dal più celebre marito Angelo Inganni, che la raffigura con accanto un vaso di fiori alla luce di una candela, e una serie di rarissime nature morte floreali, straordinarie per la resa virtuosistica del soggetto e per i colori smaglianti.
Una figura a lungo rimasta nell’ombra, che la mostra restituisce finalmente alla luce.
IL PERCORSO DELLA MOSTRA
La prima sezione, dedicata alla fragilità dei fiori recisi e ai nuovi confini della natura morta, prende le mosse dalla travolgente passione botanica che pervade la società europea già allo scadere del Settecento, quando Joséphine de Beauharnais trasforma il giardino della residenza di Malmaison introducendo centinaia di specie rare e duecentocinquanta varietà di rose. È soprattutto nel corso dell'Ottocento che il moltiplicarsi delle spedizioni scientifiche, l'innesto di nuove varietà e la nascita di giardini botanici imprimono un nuovo interesse verso la pittura di fiori, a lungo considerata un genere minore. I primi decenni del secolo vedono la cultura romantica rileggere la grande eredità della natura morta fiamminga attraverso una resa cromatica più libera e fragrante; a partire dal successo delle scuole di Lione e Vienna, il ritorno alle composizioni floreali diventa un fenomeno europeo. È anche attraverso questo genere, ormai pienamente autonomo, che l'Italia prende parte al clima culturale del Biedermeier, condividendone il gusto per composizioni di rigorosa fedeltà botanica e ricche di riferimenti simbolici legati al tema della caducità dell'esistenza.
Ad inaugurare questo genere nuovo è il grande caposcuola del romanticismo, Francesco Hayez, con una serie di dipinti di tale virtuosismo (“freschi, vivaci, quasi olezzanti” li aveva definiti la critica) da suscitare l’entusiasmo dei contemporanei. Rappresenta un’importante aggiunta al catalogo dell’artista il grande Vaso dei fiori, che viene presentato qui al pubblico per la prima volta. A questo importante dipinto ritrovato si affiancano due superbe composizioni floreali – tulipani, rose, garofani, camelie – in cui Hayez si confronta con la tradizione pittorica fiamminga e olandese, raggiungendo esiti di straordinaria modernità.
Divenuto un genere di moda, quello della pittura floreale, vedrà affermarsi veri e propri specialisti del genere come Luigi Scrosati e Tommaso Castellini, mentre nella letteratura romantica il fiore entra come motivo tra i più amati: Alessandro Manzoni, agronomo dilettante e appassionato botanico, restituisce negli Inni Sacri e nei Promessi Sposi una descrizione vivida del mondo naturale come specchio dell’animo umano.
La seconda sezione esplora le inquietudini romantiche tra ritratto e scene di genere, indagando il momento in cui la rappresentazione dei fiori si emancipa dal genere della natura morta per entrare nella pittura di figura, dove assume una forte valenza sentimentale e simbolica. rivelando tutta la loro forza simbolica. Seducenti trionfi floreali si caricano di significati allusivi alla fugacità della vita in scene di genere e ritratti, riscattando il virtuosismo tecnico attraverso una più profonda riflessione esistenziale. Di questo percorso si fanno interpreti sulla scena italiana prima i due grandi rivali Francesco Hayez e Giuseppe Molteni, poi i fratelli Domenico e Gerolamo Induno e Giuseppe Bertini: nelle loro opere brani di natura morta floreale sono accostati a splendidi ritratti di bambine o di giovani popolane, in un dialogo tra fiore e figura che diventa metafora della fugacità della giovinezza, tema che la poesia di Leopardi aveva saputo interpretare nella sua dimensione universale. In questa stessa sezione trovano spazio le donne artiste che in quegli anni si avvicinano al tema floreale seguendo la moda dell'acquerello botanico, genere che diventa per molte un ambito di libera espressione e uno strumento di emancipazione. Un caso emblematico è quello della già citata Amanzia Guérillot che si afferma sulla scena artistica con vedute urbane e composizioni floreali capaci di misurarsi, per qualità e ambizione, con quelle dei grandi maestri dell'epoca, specialisti del genere.
La terza sezione è dedicata alle nuove sperimentazioni del naturalismo e alle impressioni dalla realtà, segnando una svolta decisiva nel percorso espositivo. La nomina nel 1863 di Luigi Scrosati alla Scuola d'Ornato dell'Accademia di Brera aveva già sancito il riconoscimento ufficiale del genere; ora la natura morta floreale diventa ambito di sperimentazione per una generazione di giovani artisti, tra cui Odoardo Borrani, Filippo Carcano e Cesare Tallone, impegnati nella ricerca di un nuovo linguaggio fondato sul vero, capace di superare il virtuosismo illusionistico per restituire la complessità psicologica del reale. Dolore, solitudine, tenerezza dell'infanzia sono indagati in ritratti femminili in cui la presenza dei fiori evoca stati d'animo profondi. Si colloca oltre il realismo tradizionale la ricerca di Ettore Tito, le cui figure femminili calate nel quotidiano celebrano, con un bocciolo di rosa tra le labbra, la gioia di vivere.
Con la quarta sezione il percorso si addentra nel Simbolismo, oltre i confini del vero, e la pittura floreale realizza i suoi traguardi più ambiziosi, trasformandosi in campo di sperimentazione per una cultura decadente permeata di spiritualità e desiderio di indagare la vita interiore oltre le apparenze del visibile. Cantati da Baudelaire nei Fleurs du Mal (1857), i fiori diventano segnali della potenza misteriosa della natura ed emblemi delle inquietudini dell'uomo moderno. Se ne fanno interpreti Gaetano Previati e Felice Casorati. Le suggestioni del Pascoli simbolista riaffiorano nelle opere di Emilio Longoni, in cui le composizioni floreali assumono una valenza consolatoria rispetto anche al tema della morte; mentre Francesco Lojacono saprà coniugare la precisione botanica con il sentimento panico della natura di cui D'Annunzio è il grande cantore, aprendo nuovi orizzonti a quella stagione simbolista di rinascita in cui l'elemento floreale consegna un magnifico repertorio di immagini allo stile floreale diffuso a livello internazionale.
La mostra si chiude con una sezione dedicata alla sfida della scultura, dall'Ottocento al contemporaneo, dimensione spesso trascurata nella storia del genere floreale. Sebbene tradizionalmente associato alla pratica pittorica, nell'Ottocento il tema viene ampiamente interpretato anche dagli scultori Vincenzo Vela e Luigi Marchesi attraverso una pluralità di linguaggi e soluzioni formali. Le composizioni floreali trasposte nel marmo, spesso associate a figure femminili e a bambini, si configurano come autentiche prove di virtuosismo tecnico, in cui la restituzione della vitalità e della delicatezza dei fiori è affidata esclusivamente alla resa della materia. Di questa ricerca condotta fino a esiti originalissimi si fa interprete nel Novecento lo scultore Gigi Guadagnucci, la cui personalità artistica — definita dal periodo parigino e dall'incontro con Giacometti e Severini — lo porta dagli anni Settanta a dedicarsi a opere floreali in cui il marmo, lavorato con straordinario virtuosismo, si fa sottile e diafano fino a sfiorare l'astrazione, restituendo nella sua intatta bellezza la forza generativa della natura.
Il catalogo della mostra “VANITAS. Fiori e simboli, da Hayez a Casorati”, edito da 24 ORE Cultura e curato da Fernando Mazzocca ed Elena Lissoni, è disponibile all’acquisto presso il bookshop della mostra.













