domenica 27 settembre 2026

Cambiare il mondo nelle mense delle scuole conviene a tutti, anche agli amministratori locali


Enzo Cucchi vs CANEMORTO / CANEMORTO vs Enzo Cucchi con saggi di Antonio Grulli e Alessandro Cucchi

 26 settembre 2026 – 27 febbraio 2027

 

 

Enzo Cucchi vs CANEMORTO / CANEMORTO vs Enzo Cucchi, Installation view at Galleria Poggiali, Firenze, 2026, ph.Michele Sereni

 

 

GALLERIA POGGIALI Firenze

Via della Scala 35/a / Via Benedetta 3/r, 50123 Firenze

www.galleriapoggiali.com


Dal 26 settembre 2026 al 27 febbraio 2027 la Galleria Poggiali di Firenze presenta Enzo Cucchi vs CANEMORTO / CANEMORTO vs Enzo Cucchi, un progetto espositivo inedito che mette a confronto due modalità radicalmente diverse di intendere la pratica artistica: da una parte Enzo Cucchi (Morro d'Alba, 1949), protagonista assoluto della Transavanguardia italiana, la cui ricerca ha segnato la storia dell'arte; dall'altra CANEMORTO, collettivo anonimo fondato nel 2007 e oggi tra le realtà più originali della scena artistica contemporanea.

 

L'incontro tra Enzo Cucchi e CANEMORTO assume un carattere eccezionale proprio perché mette in relazione una delle figure più autorevoli dell'arte contemporanea internazionale con una delle esperienze artistiche più originali e riconoscibili della scena italiana degli ultimi anni, grazie al suo peculiare linguaggio e al suo approccio alla pratica artistica. E, più che far dialogare due poetiche, il progetto della Galleria Poggiali mette in gioco due sistemi di lavoro, due immaginari e due differenti concezioni dell'autorialità. Ne nasce un confronto diretto, costruito nel tempo attraverso uno scambio continuo di idee, gesti e immagini, nel quale nessuno assume il ruolo di protagonista e nessuno quello di interlocutore privilegiato.

 

L'intero progetto prende forma nel corso di diversi mesi, tra novembre 2025 e giugno 2026. Alternando sessioni di lavoro condivise presso la storica Litografia Bulla di Roma – luogo nel quale Enzo Cucchi e CANEMORTO si sono conosciuti nel 2022 – e nella casa dell'artista a Morro d'Alba, a lunghi confronti sviluppati a distanza, i due hanno costruito un processo creativo fondato sul rilancio reciproco. Sebbene ogni opera sia stata realizzata autonomamente dal rispettivo autore, l'intero corpus nasce da uno scambio continuo di immagini, idee e suggestioni: ogni nuovo lavoro si misura con quello precedente dell'altro, dando forma a un dialogo che attraversa l'intero progetto espositivo.

 

Al centro di questa esperienza si trova il disegno, linguaggio originario che accomuna entrambe le esperienze artistiche. Il disegno, inteso non come fase preparatoria ma come linguaggio autonomo, diventa il terreno privilegiato dell'incontro: uno spazio in cui il gesto, il segno e il pensiero si manifestano nella loro forma più essenziale, rendendo visibile il processo creativo di entrambi. Per Enzo Cucchi rappresenta da sempre il nucleo generativo della propria ricerca; per CANEMORTO è uno strumento libero, istintivo e collettivo, capace di attraversare tecniche e media differenti. È proprio nel disegno che il confronto raggiunge la sua massima intensità, diventando il luogo in cui le differenze non vengono attenuate, ma esposte e messe continuamente alla prova.

 

Se il disegno costituisce il terreno comune da cui prende avvio il confronto, la mostra si estende anche alla pittura attraverso un nucleo di opere realizzate appositamente per l'occasione. Accanto ai lavori su tela e su legno di CANEMORTO, il percorso presenta una serie di nuove opere su tela di Enzo Cucchi, alcune delle quali di grandi dimensioni, concepite espressamente per questa esposizione.

 

La struttura stessa della mostra traduce nello spazio espositivo il dialogo e il confronto che hanno guidato il processo creativo. Il progetto si sviluppa infatti nei due spazi della Galleria Poggiali, a pochi metri di distanza l'uno dall'altro, dando origine a due esposizioni autonome e speculari.

 

Nello spazio di via della Scala 35/A, con CANEMORTO vs Enzo Cucchi, è il collettivo a stabilire le regole del gioco: seleziona le opere, costruisce l'allestimento e definisce il proprio percorso espositivo.

In via Benedetta 3r, con Enzo Cucchi vs CANEMORTO, è invece Enzo Cucchi a elaborare una lettura completamente personale dello stesso confronto, scegliendo opere, ritmo e costruzione dello spazio secondo la propria sensibilità.

Le due mostre non rappresentano dunque due capitoli della stessa esposizione, ma due interpretazioni autonome di un unico processo creativo. Ogni artista entra idealmente nel territorio dell'altro, ne accetta le condizioni e costruisce il proprio racconto senza rinunciare alla propria identità. Il visitatore è così chiamato ad attraversare due prospettive complementari, che si osservano, si rispondono e si contraddicono senza mai cercare una sintesi definitiva.

 

Il progetto si estende anche alla dimensione editoriale attraverso la realizzazione di uno striscione in edizione a tiratura limitata, concepito come opera multipla da collezione. Lungo sei metri realizzato a quattro mani da Enzo Cucchi e CANEMORTO insieme agli autori dei due testi critici, Alessandro Cucchi e Antonio Grulli. Divisa idealmente in due metà, l'opera si sviluppa fino al punto centrale, dove immagini e parole si incontrano, trasformando anche la scrittura critica in uno spazio di confronto e contaminazione.

 

Lontano tanto dall'idea di una retrospettiva quanto da quella di un omaggio generazionale, Enzo Cucchi vs CANEMORTO / CANEMORTO vs Enzo Cucchi propone un modello di relazione fondato sul reciproco riconoscimento e sulla piena autonomia delle due esperienze artistiche. Il confronto non punta alla convergenza né alla mediazione, ma resta volutamente aperto, irrisolto e dinamico. È proprio questa tensione continua a rendere il progetto un'esperienza in cui linguaggi, generazioni e immaginari si mettono reciprocamente alla prova.

 

Ad accompagnare la mostra sono i saggi critici di Alessandro Cucchi e Antonio Grulli, chiamati a partecipare al progetto non come semplici osservatori, ma come interlocutori attivi di questo articolato dispositivo di confronto.


CANEMORTO è un trio di artisti italiani anonimi, fondato nel 2007. Il loro lavoro si basa sulla messa in scena di una macrostoria surreale in continua evoluzione, nella quale i confini tra realtà e finzione si confondono indistintamente. In questo universo narrativo, i protagonisti sono tre personaggi mascherati che parlano un idioma sconosciuto e venerano una misteriosa divinità canina chiamata Txakurra. Per alimentare questo racconto fittizio, il trio mantiene un totale anonimato e appare in pubblico esclusivamente nei panni dei tre alter ego in maschera. Tutte le opere del trio vengono integralmente ideate e realizzate "a sei mani", sfruttando i linguaggi più disparati senza distinzioni o gerarchie: pittura, scultura, video, performance, editoria, musica…

CANEMORTO ha esposto il proprio lavoro in mostre personali, tra le altre, presso Galerija Vžigalica (Lubiana), Fondazione Nicola Del Roscio (Roma), Gratin (New York), MATTA (Milano), Villa Arson (Nizza), Museo TAM (Matera), Centre Culturel Jean-Cocteau (Parigi), Litografia Bulla (Roma), Viafarini (Milano). Ha partecipato a esposizioni collettive, performance e proiezioni in gallerie e istituzioni tra cui MACRO (Museo d'Arte Contemporanea di Roma), MARCA (Museo delle Arti di Catanzaro), Triennale (Milano), <rotor> Centre for Contemporary Art (Graz), Encore (Bruxelles), Halle13 Gallery (Vienna), Above Second Gallery (Hong Kong), V9 Gallery (Varsavia), Urban Spree (Berlino) e FIFTY24MX Gallery (Città del Messico).

 

Enzo Cucchi (Morro d'Alba, Ancona, 1949) è tra i maggiori protagonisti dell'arte contemporanea internazionale e figura centrale della Transavanguardia, movimento teorizzato da Achille Bonito Oliva alla fine degli anni Settanta. Nel corso della sua carriera ha esposto nei principali musei e istituzioni internazionali, tra cui il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, il Centre Pompidou di Parigi, la Tatedi Londra e la Kunsthaus Zürich, ed è stato invitato a importanti rassegne internazionali come la Biennale di Venezia (1980, 1988, 1993 e 1997), Documenta di Kassel e la Biennale di San Paolo. Accanto alla pittura, al disegno e alla scultura, ha realizzato numerosi interventi permanenti nello spazio pubblico e opere di carattere architettonico, tra cui la decorazione della Chiesa di Santa Maria degli Angeli al Monte Tamaro, progettata da Mario Botta. Nel 2012 è stato insignito dal Presidente della Repubblica del titolo di Commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

sabato 26 settembre 2026

La castanicoltura tradizionale diventa Presidio Slow Food

 


Al centro del progetto non c’è soltanto la pianta né i suoi trasformati

La volontà è salvaguardare e promuovere ogni aspetto della cultura legata al cosiddetto “albero del pane”, mettendo al centro la rigenerazione delle Terre Alte

 

 

Ci sono Presìdi che tutelano varietà vegetali ben precise, originarie di un determinato territorio e che, se coltivate ad appena una manciata di chilometri di distanza dal luogo d’elezione, non crescono altrettanto bene. Ce ne sono altri, come quello presentato ufficialmente oggi a Terra Madre Salone del Gusto, che uniscono l’Italia intera, dalla Sicilia alla Valle d’Aosta. Stiamo parlando del nuovo Presidio Slow Food della castanicoltura tradizionale: un progetto che non mette al centro soltanto la pianta, né esclusivamente i frutti e i loro trasformati: a venire tutelata, in questo caso, è una vera e propria cultura. 

 

Una pianta di civiltà

 

Il castagno, popolarmente chiamato anche albero del pane perché per lungo tempo i suoi frutti sono stati tra le poche fonti di sostentamento per generazioni di montanari, è insieme a vite, olivo e grano una delle cosiddette piante di civiltà, una coltura cioè che ha plasmato profondamente il paesaggio, l’economia e la cultura delle comunità. Obiettivo del Presidio Slow Food non è dunque soltanto promuovere il recupero della coltivazione di Castanea sativa, nelle forme dei tanti ecotipi diversi diffusi a livello locale, e valorizzare le castagne come materia prima in cucina: si tratta innanzitutto di salvaguardare il patrimonio ambientale, sociale e culturale rappresentato dalla castanicoltura tradizionale. A rischio, oggi che il settore della castanicoltura è nelle mire di chi intende trasformarlo in una redditizia coltura intensiva di pianura, sono ecosistemi e paesaggi, poiché un castagneto ben mantenuto assicura protezione ai versanti delle montagne da frane, smottamenti e incendi, oltre che saperi e tecniche tramandate nel tempo, come le potature e gli innesti, e architetture rurali legate alla lavorazione delle castagne. 

 

«Il Presidio Slow Food della castanicoltura tradizionale rappresenta un tassello importante della visione e della strategia complessiva della nostra associazione per quanto riguarda la montagna e le Terre Alte, non soltanto aree fragili, ma luoghi capaci di produrre futuro» afferma Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia. «Il valore del progetto sta nel ricomporre una filiera che per troppo tempo è stata considerata soltanto una questione forestale o agricola. Questo riconoscimento unisce castanicoltori, trasformatori, mugnai, cuochi e consumatori, arrivando fino alla cucina e al sapere gastronomico: in questo modo la castanicoltura tradizionale torna a essere insieme produzione, cultura, paesaggio ed economia».

 

I frutti del castagno, d’altronde, in cucina sono straordinari, sia sotto il profilo organolettico, sia per le loro qualità nutrizionali: sono ricchi di carboidrati e di fibre, hanno un contenuto importante di proteine e di sali minerali come magnesio, potassio, calcio, ferro e zinco, oltre a rappresentare una fonte di acidi grassi essenziali. E poi, sono frutti in grado di conservarsi a lungo, se essiccati o trasformati. Oltre che freschi, possono venire utilizzati sotto forma di farina per pane e pasta, oppure trasformati in confetture.

 

Una pianta che ha bisogno dell’uomo (e viceversa)

 

I produttori che, in questa prima fase, aderiscono al Presidio Slow Food della castanicoltura tradizionale sono una decina, tra Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna, Lazio, Campania, Basilicata e Calabria. «Si tratta del gruppo di persone che nel 2021 hanno fondato la Rete Slow Food dei castanicoltori e che in questi anni ne hanno animato le attività, mettendo a punto l’omonimo Manifesto» sottolinea Rosaria Olevano, responsabile Slow Food del Presidio. «Siamo partiti con la volontà di far emergere la ricca biodiversità che c'è nel castagneto, consapevoli che molte persone non sono abituate a riflettere sulla provenienza delle castagne o dei marroni che stanno acquistando. Eppure i castagni non sono tutti uguali: appartengono alla stessa specie ma l’uomo, prelevando dagli esemplari più produttivi le marze da innestare su altri alberi, ha contribuito a selezionare ecotipi locali, diversi da luogo a luogo, contribuendo allo stesso tempo a rinnovare il castagneto». Una pratica un tempo diffusa, ma che richiede tempo e fatica.

 

«Il castagno è davvero l'albero dell'uomo, nel senso che ha bisogno dell'uomo per vivere – conclude Olevano –. Abbandonarlo significa lasciare che il bosco si riprenda il suo spazio, sostituendo il castagneto ma entrano altre essenze forestali. Il bosco di castagno sembra un vero e proprio bosco, ma si tratta di un sistema agrosilvopastorale, perché è un sistema complesso che necessita di tutta una serie di attenzioni. Va nutrito, accudito e custodito».

 

I produttori del nuovo Presidio Slow Food della castanicoltura tradizionale saranno protagonisti della prossima edizione di Castanea Expo a Firenze Fiera dall’11 al 13 dicembre 2026.

 

Il Presidio Slow Food della castanicoltura tradizionale è sostenuto da Italyscape. Il progetto mette al centro la rigenerazione delle Terre Alte nel loro complesso, cercando di definire azioni comuni per salvaguardare e riqualificare una risorsa che può tornare a essere strategica per i territori appenninici e alpini pedemontani.

 


Si fa in fretta a dire diritto al cibo

 Il vicepresidente Sottile a Terra Madre 2026: «Rendere l’alimentazione una responsabilità pubblica»

 

«Il diritto al cibo non ha a che fare soltanto con il suo consumo, con il riempire un piatto o gli scaffali di un negozio: riguarda l’accesso alla conoscenza, alla terra, alle risorse, all’acqua, ai semi». Lo ha detto Edward Mukiibi, presidente di Slow Food, intervenendo a Terra Madre Salone del Gusto 2026, a Torino fino al 27 settembre. «Energia primaria per l’umanità», come l’ha definito il Presidente della Repubblica Italiana nella cerimonia di apertura, il cibo è «legato a una dimensione etica, quella dei diritti delle persone». Diritti, declinato al plurale: perché la produzione e l’accesso alle risorse alimentari riguardano le sfere della salute, dell’educazione, della giustizia sociale nel mondo del lavoro, si intersecano con le forme di potere, con la democrazia o la sua negazione, generando sfruttamento o povertà, oppure promuovendo pace. 

 

«E se parliamo di diritto al cibo, è inevitabile interrogarsi sul rispetto della sovranità alimentare – precisa Francesco Sottile, agronomo e vicepresidente di Slow Food Italia –. Sono concetti che si completano, e che non hanno nulla a che vedere con nazionalismi e protezionismo, né tanto meno con le supply chain che regolano i sistemi alimentari oggi dominanti». 

 

«Potremmo dire che la sovranità alimentare è la condizione di una comunità che ha diritti sul cibo – ha spiegato Raj Patel, economista, autore e attivista per la giustizia alimentare britannico, intervenuto a Terra Madre Salone del Gusto –. In altre parole: se godono di sovranità alimentare, le comunità hanno il potere di definire come desiderano il modo in cui il cibo gli arrivi». Una sorta di diritto primario: Slow Food promuove questa visione fin dagli albori della sua esistenza, ma oggi il contesto globale – dove quasi 700 milioni di persone, poco meno del 10% della popolazione mondiale, soffrono la fame e dove avanzano riarmo, divisioni, razzismo – richiede un’azione ancor più urgente. 

 

«Il potere agisce normalizzando ciò che non dovrebbe essere normale – ha aggiunto Patel – così oggi ci troviamo a pensare che lo sia il fatto che le persone soffrano la fame perché non possono permettersi di mangiare. Ottocento anni fa, il diritto medievale prevedeva che il cibo diventasse una ricchezza comune cui era possibile accedere in caso di necessità. Oggi il capitalismo ha fatto sì che i beni comuni non esistano più: il diritto al cibo è stato negato dal diritto alla proprietà privata. L’aumento della fame è il prezzo da pagare per aver lasciato che la proprietà privata dilagasse, e il prezzo aggiuntivo è aver permesso alle grandi multinazionali di distruggere l’ambiente. Finché non affronteremo questo problema sistemico, finché non ci renderemo conto che il diritto al cibo richiede di de-normalizzare la proprietà privata, non saremo in grado di affrontare questo problema». 

 

Se la fame è una scelta politica, le ingiustizie sono inevitabili?

 

Il sistema, secondo Patel, può essere cambiato. Ma «abbiamo bisogno di forme di garanzia pubblica sul diritto al cibo, impegni che assumeranno forme diverse a seconda del luogo e dei problemi che riguardano le diverse regioni del mondo. Magari qua in Europa avverrà dando ai cittadini una certa quantità di denaro da spendere in cibo agroecologico, e in India o a Cuba migliorando i sistemi di distribuzione alimentare. Ma c'è bisogno di quel tipo di organizzazione politica».

 

Oggi, su larga scala, avviene il contrario. «Il diritto all'alimentazione è sì stabilito dalle leggi, ma non si traduce automaticamente in effetti nella vita reale delle persone – ha testimoniato Leidy Casimiro Rodriguez, consigliera internazionale di Slow Food per i Caraibi, arrivata a Torino da Cuba –. Questo diritto viene negato quotidianamente e in modo silenzioso: succede nelle campagne, ad esempio, quando i contadini non hanno le risorse per produrre cibo buono, pulito e giusto e fronteggiano costi di produzione superiori ai prezzi riconosciuti dai sistemi di distribuzione. A Cuba, ad esempio, a causa della crisi energetica e della carenza di carburante succede che i contadini non riescono a far arrivare parte della produzione ai consumatori: da un lato questo rappresenta uno spreco di cibo, dall’altro le persone che ne avrebbero bisogno non possono accedervi, con gli ovvi effetti sulla loro salute fisica e mentale. È una fame silenziosa, che colpisce anche la dignità delle persone. Viene vissuta come una situazione normale e persino accettata, ma non è così: è il frutto di decisioni politiche sbagliate». 

 

Mettere in discussione questi sistemi e affermare il diritto al cibo in tutte le sue sfaccettature è una sfida enorme, che Slow Food affronta in ogni angolo del mondo «riconoscendo che le comunità locali non possono essere lasciate sole nell’impegno di costruire un sistema democratico di produzione del cibo dando loro locali strumenti per agire, mezzi per renderle interconnesse l’una alle altre, e forza per influenzare le istituzioni e indirizzare le politiche pubbliche – aggiunge Francesco Sottile –. Partire dal basso, rendere l’alimentazione una responsabilità pubblica, far cioè sì che tutti noi ci sentiamo responsabili del diritto al cibo, è fondamentale». 

Jamin UnderWaterWines Da Portofino a Ischia il vino incontra il mare

 


Presentato il nuovo progetto di affinamento subacqueo

nei fondali del Regno di Nettuno

  

Il 25 settembre 2026 è stato presentato a Ischia il nuovo progetto dedicato allo studio e all’affinamento subacqueo del vino nei fondali del Regno di Nettuno, sviluppato da Jamin UWW Ischia - Volcanic Sea Cellar, realtà guidata da Marco Starace, sommelier e profondo conoscitore del panorama enogastronomico ischitano.

L’iniziativa nasce dall’incontro tra la tradizione vitivinicola dell’isola, la sua particolare natura vulcanica e l’ambiente marino che la circonda, con l’obiettivo di sviluppare a Ischia una piattaforma dedicata all’affinamento subacqueo e alla sperimentazione sulle diverse tipologie di vino. Jamin UnderWaterWines partecipa come partner tecnologico, mettendo a disposizione tecnologie, protocolli, know-how e metodologie già sviluppate in oltre 12 anni nell’ambito della ricerca sull’affinamento subacqueo.                                                                                                                           

Le bottiglie selezionate per il progetto saranno immerse, nei fondali di Ischia nel Parco del Regno di Nettuno. La selezione comprende lo Champagne UnderWater -52 Cloe Marie Kottakhs, Chardonnay, Aglianico, Biancolella e Forastera. 

                                                                                            

Le bottiglie saranno collocate all’interno di specifiche strutture destinate all’affinamento subacqueo (Smart Cage), in un ambiente profondamente differente rispetto a una cantina tradizionale. Temperatura, pressione, assenza di luce e movimento naturale dell’acqua accompagneranno i vini durante il periodo di permanenza in mare.  La presenza nell’area di fenomeni legati all’origine vulcanica dell’isola rappresenta, inoltre, un ulteriore elemento di particolare interesse per il progetto, che consentirà di osservare e studiare l’evoluzione delle diverse referenze in condizioni ambientali peculiari.

La selezione comprende vini capaci di rappresentare territori e identità molto differenti.  Accanto al Pinot Nero nella sua espressione in Champagnee allo Chardonnay di Feudi Spada, per la Campania sarà presente l’Irpinia Campi Taurasini DOC di La Molara, ottenuto da Aglianico. Particolare attenzione sarà naturalmente dedicata alla viticoltura ischitana. La Biancolella, vitigno simbolo dell’isola, sarà rappresentata dall’Ischia Biancolella di Tommasone e dal Kalimera di Cenatiempo, mentre uno specifico approfondimento sarà dedicato alla Forastera, altro vitigno storico della denominazione Ischia DOC. Vitigni, territori e tecniche produttive differenti saranno così sottoposti alla medesima esperienza di affinamento, consentendo di realizzare analisi e degustazioni comparative finalizzate a osservare l'evoluzione delle diverse tipologie in ambiente subacqueo.  

Il ciclo di affinamento avrà una durata variabile, indicativamente da sei a diciotto mesi, a partire dall’effettiva immersione delle bottiglie. Durante questo periodo saranno monitorate le condizioni ambientali e l’evoluzione dei vini. Ogni bottiglia sarà inoltre associata a un passaporto digitale, una vera carta d’identità che consentirà di mantenerne la tracciabilità e di raccontarne origine, produttore e percorso di affinamento.

 

Ischia: vino, vulcano e mare

La scelta di Ischia rappresenta un elemento centrale del progetto.   L’isola possiede infatti una delle più antiche culture vitivinicole del Mediterraneo e una relazione profonda con il mare.

È dall’incontro tra queste due identità - terra vulcanica e ambiente marino - che nasce il progetto Jamin UWW Ischia - Volcanic Sea Cellar. L’obiettivo è sviluppare nel tempo a Ischia un centro riconoscibile per lo studio, la sperimentazione e l’affinamento subacqueo, valorizzando contemporaneamente la viticoltura locale e le caratteristiche uniche del territorio.

Il progetto rafforza inoltre il collegamento tra Ischia e Portofino, due territori italiani fortemente identificati con il Mediterraneo e con un posizionamento internazionale legato all’eccellenza, all’ospitalità e al lifestyle.

In questo contesto, l’affinamento subacqueo rappresenta non soltanto uno strumento di ricerca sull’evoluzione del vino, ma anche un possibile elemento di valorizzazione e differenziazione per produzioni destinate ai segmenti premium e luxury del mercato internazionale.

 

Il partner tecnologico: Jamin Underwaterwines 

Fondata a Portofino nel 2015, Jamin UnderWaterWines Srl Società Benefit è una PMI innovativa specializzata nello sviluppo di tecnologie e protocolli per l'affinamento subacqueo sostenibile di vini, distillati e prodotti liquidi con oltre 400 soci tra cui produttori enologi sommelier ingegneri e tecnici del mondo enologico e non solo.

Jamin, nata come società di ingegneria, non opera come produttore vinicolo, ma come piattaforma tecnologica e scientifica a supporto di aziende, territori ed enologi interessati allo sviluppo di progetti di affinamento subacqueo volte alla conversione di impianti subacquei in veri e propri siti tecnologici sostenibili.

La società collabora con istituzioni universitarie e centri di ricerca, tra cui DISTAV – Università di Genova e DAGRI – Università di Firenze, nello sviluppo e nella validazione scientifica dei processi di affinamento in ambiente marino. Nel progetto di Ischia, Jamin Portofino UnderWaterWines mette a disposizione il proprio patrimonio di ricerca, tecnologie e protocolli, mentre lo sviluppo e la valorizzazione territoriale dell’iniziativa fanno capo a Jamin UWW Ischia - Volcanic Sea Cellar.

 


venerdì 25 settembre 2026

Oltre la marginalità: parte da Terra Madre il percorso di Slow Food Italia per rimettere al centro le Terre Alte

 Dal mese di ottobre, una campagna di sensibilizzazione e una scuola per under 40 dedicate a riscattare le aree collinari e montane, la biodiversità e le tradizioni a esse legate

 

Coinvolgeranno attivisti, produttori dei Presìdi e dei Mercati della Terra, cuochi dell’Alleanza Slow Food e giovani dai 13 ai 40 anni le iniziative di Slow Food Italia per valorizzare le Terre Alte e dimostrare che questi luoghi – tutt’altro che marginali – sono una delle risorse più importanti per affrontare le crisi attuali. Presentate a Terra Madre Salone del Gusto 2026, partiranno a ottobre la campagna di sensibilizzazione Terre AltRe. Riabitare e resistere, che coinvolge l’intera rete della Chiocciola su tutto il territorio nazionale, e la Scuola di Terre Alte, una formazione diffusa rivolta a studenti delle scuole secondarie e giovani delle aree montane tra Lombardia e Basilicata.

 

«Il cibo può essere uno strumento per raccontare e riattivare le Terre Alte. Portare quei prodotti nelle città, nelle cucine e sulle tavole significa creare relazioni economiche e culturali, far conoscere territori troppo spesso considerati marginali e costruire nuove opportunità per chi sceglie di restare, tornare o investire in questi luoghi. Se vogliamo che le Terre Alte tornino a essere abitate, dobbiamo mettere le persone nelle condizioni di poterci vivere e lavorare. E questo significa anche rendere contemporanei mestieri antichi. Non si tratta di tornare al passato, ma di recuperare conoscenze e pratiche che, reinterpretate attraverso tecniche, tecnologie e soluzioni innovative, possono diventare parte di un’economia capace di generare futuro. Il pastore, il castanicoltore, chi cura un pascolo o un bosco non produce soltanto un bene: produce biodiversità, presidia il territorio, contribuisce alla prevenzione del dissesto idrogeologico, mantiene vivi i paesaggi e genera servizi ecosistemici di cui beneficia l’intera collettività. La sfida è riconoscere il valore di queste economie e delle persone che le rendono possibili: non un’economia assistita o nostalgica, ma un’economia contemporanea, capace di trasformare la cura del territorio in lavoro, il lavoro in comunità e le comunità in futuro» sottolinea il vicepresidente di Slow Food Italia, Federico Varazi.

 

Prati, boschi e pascoli contribuiscono a sequestrare il carbonio nel suolo e, se ben curate, possono arginare il dissesto idrogeologico e prevenire frane, smottamenti, incendi, garantendo così la sicurezza dei territori. Questi preziosi ma fragilissimi ecosistemi, oggi esposti in maniera violenta alle conseguenze della crisi climatica, custodiscono un patrimonio enorme di biodiversità: razze antiche e varietà di cereali, legumi, ortaggi, e vitigni adattatesi nei secoli alle aree montane, e relative tecniche tradizionali di coltivazione e trasformazione.

 

A causa di un processo di sviluppo squilibrato, a partire dagli anni ‘50 e ‘60, le aree interne del nostro Paese sono state progressivamente abbandonate. La conseguenza è che oggi chi le abita non ha le stesse opportunità, lo stesso accesso ai diritti fondamentali di chi vive in città. Meno servizi incrementano l’abbandono, in un circolo che indebolisce le comunità e modifica l’equilibrio ambientale. 

 

Una campagna, tante voci per raccontare le Terre AltRe

Prenderà il via il 16 ottobre, in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, la campagna di sensibilizzazione Terre AltRe. Riabitare e resistere, dedicata a pascoli, alpeggi, boschi, castagneti, alle comunità che se ne prendono cura e che custodiscono le produzioni e le tradizioni legate a questi luoghi.

 

Per oltre un mese, la rete di Slow Food sull’intero territorio nazionale si mobilita per sostenere le produzioni di alta quota e i loro custodi, organizzando visite guidate, laboratori, attività didattiche e iniziative con i produttori dei Presìdi Slow Food e dei Mercati della Terra. Cuoche e cuochi dell’Alleanza Slow Food diventano ambasciatori di resistenza a tavola, inserendo nei propri menù i prodotti delle terre alte.

 

La campagna è realizzata con il sostegno del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano, realtà da sempre impegnata nel contrastare l'abbandono delle aree montane emiliane con la filiera di Parmigiano Reggiano Prodotto di montagna e una rete di oltre 110 caseifici collocati in aree appenniniche. In occasione dell’iniziativa, la collaborazione con il Consorzio dà vita a un ciclo di attività riservate ai cuochi dell’Alleanza Slow Food.

 

Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio del Parmigiano Reggiano: «Siamo orgogliosi di sostenere Slow Food nella campagna 'Terre AltRe'. Il Parmigiano Reggiano è l’asse portante dell’economia dell’Appennino emiliano, la più importante Dop prodotta in quest’area geografica, con oltre il 22% della produzione totale. Operare in queste zone significa affrontare sfide continue e costi superiori, ma il presidio agricolo-zootecnico è essenziale per la sopravvivenza stessa della montagna. Senza il Parmigiano Reggiano, qui l’agricoltura verrebbe abbandonata. Invece, grazie al lavoro incessante di 785 allevatori e 82 caseifici, stiamo trasformando queste sfide in opportunità. La permanenza di questa solida produzione agricola-zootecnica rappresenta un pilastro economico e sociale di interesse non solo per la comunità locale, ma per tutti. Essa contribuisce allo sviluppo di una società modernamente agricola e al mantenimento di un paesaggio riconoscibile e apprezzato, essenziale anche per costruire un ecosistema turistico di qualità che attragga visitatori consapevoli. Per il Consorzio, sono il territorio e la comunità che lo abita i beni più preziosi e il nostro intento è quello di impegnarci sempre di più per preservarli ed essere un modello di sostenibilità ambientale, economica e sociale».

 

A Scuola di Terre Alte

Il ricambio generazionale è una delle sfide più urgenti di questi luoghi. Le aziende agricole di montagna si sono dimezzate in vent’anni e oltre la metà di quelle rimaste è gestita da persone con più di 60 anni. Allo stesso tempo, però, tra il 2018 e il 2023 i Comuni montani hanno registrato un saldo migratorio positivo e cresce il numero di giovani e di nuove imprese che scelgono le aree interne.

 

Alle nuove generazioni di pastori, agricoltori, apicoltori servono strumenti adeguati, competenze tecniche e culturali che consentano loro di svolgere mestieri che siano, al contempo, attività economiche redditizie e servizi per la collettività.

 

Su questa premessa nasce la Scuola di Terre Alte, un laboratorio diffuso, realizzato da Slow Food Italia con il contributo del Fondo Carta Etica di UniCredit, che trasforma le aziende agricole tra Alpi e Appennini in un’infrastruttura educativa a cielo aperto per formare le nuove generazioni ai mestieri delle terre alte.

 

Il progetto si completa con una formazione sui mestieri tradizionali dedicata a studentesse e studenti tra 13 e 19 anni delle scuole secondarie di primo e secondo grado di Lombardia e Basilicata.

«La Scuola di Terre Alte offre alle nuove generazioni competenze e opportunità per dare continuità ai mestieri della montagna e contribuire alla vitalità delle comunità locali. Con Slow Food Italia, nostro partner da tempo sui temi della biodiversità e dell’educazione alimentare, soprattutto per le giovani generazioni, condividiamo da oggi anche l’impegno nel valorizzare questi territori e le persone che li abitano, coniugando tradizione, innovazione e sviluppo sostenibile» aggiunge Stefano Gallo, Responsabile Territorial development UniCredit.

Fandango presenta Il Caso Modigliani

 Il nuovo film documentario di Luca Rea sarà presentato

nella sezione FreeStyle Arts

della 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma

 

 


 


 

 

Roma, 25 settembre 2026. Il caso Modigliani, il nuovo documentario di Luca Rea – prodotto e distribuito da Fandango - sarà presentato nella sezione FreeStyle Arts della 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma il 23 ottobre al MAXXI.

Nell’estate del 1984, la città di Livorno divenne il palcoscenico di una delle più clamorose beffe della storia dell’arte: il ritrovamento delle teste attribuite ad Amedeo Modigliani. In occasione del centenario della nascita dell'artista, basandosi sulla leggenda secondo cui Modigliani avrebbe gettato alcune sculture nei canali livornesi nel 1909, il Comune autorizzò il dragaggio del Fosso Reale. Tra lo stupore generale, dal fango emersero tre teste di pietra, che alcuni dei massimi esperti dell'epoca salutarono come un ritrovamento storico, esaltando l'autenticità dei capolavori. La verità emerse solo un mese dopo, quando gli autori di una delle tre teste uscirono allo scoperto – le altre due furono realizzate dall’artista livornese Amedeo Froglia. Si trattava di tre studenti che confessarono di aver messo in scena uno scherzo, trasformando la vicenda in uno dei più celebri scandali della storia dell'arte, mettendo in discussione il confine tra autenticità e falsificazione, tra realtà e narrazione.

 

Il documentario ricostruisce questa storia mostrando come una meravigliosa bugia è riuscita a imporsi sulla realtà, interrogando i meccanismi della comunicazione, della credulità e della costruzione del mito e dando vita a un intricato mistero del mondo dell'arte.

«La storia del ritrovamento di tre false teste attribuite a Modigliani è inchiodata nella mia mente fin dal luglio 1984, quando il fatto avvenne e io avevo 13 anni. Pur essendo stato un evento di risonanza fortissima all'epoca e negli anni successivi, ho sempre trovato deludente e inspiegabile che ci si soffermasse ad analizzarlo quasi solamente dal punto di vista dello scherzo goliardico dei ragazzi di Livorno, autori di una sola delle tre teste», spiega il regista, che aggiunge: «Questo film vuole raccontare quella storia concentrandosi proprio su due aspetti: mistero e falsificazione, degli oggetti ma anche dei fatti e della loro comunicazione. Un grande giallo nel mondo dell'arte, accaduto realmente e mai raccontato fino in fondo».

 

Il film è da prodotto da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango, sarà distribuito nelle sale da Fandango Distribuzione. Fandango Sales si occupa delle vendite internazionali.

 

Il film è scritto da Luca Rea e Flavio Nuccitelli, con la fotografia di Leone Orfeo, il montaggio di Stuart Mabey. Direttrice di produzione Francesca Detti e produttrice esecutiva Eleonora Savi.

 

L'opera è realizzata e distribuita con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell'audiovisivo del Ministero della Cultura.