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La seconda Porta della Speranza
firmata da Stefano Boeri Architetti
è stata inaugurata presso la Casa Circondariale “Nerio Fischione” di Brescia:
una speranza che si chiama lavoro
due porte aperte tra carcere e città
Brescia, 28 marzo 2026. È stata presentata ieri, alla Casa Circondariale “Nerio Fischione” di Brescia, la seconda Porta della Speranza, progettata da Stefano Boeri Architetti, nell’ambito del progetto internazionale promosso da Fondazione Gravissimum Educationis, con il patrocinio di Dicastero per la Cultura e l'Educazione della Santa Sede, in collaborazione con Ministero della Giustizia della Repubblica italiana – DAP, realizzato da Comitato Giubileo Cultura Educazione e Rampello & Partners e con il contributo di Fondazione Cariplo.
Sono intervenuti S.Em. Arcivescovo Carlo Maria Polvani, Segretario del Dicastero per la Cultura e l'Educazione, il Dott. Massimo Parisi, Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Prof. Davide Rampello, curatore del progetto internazionale Porte della Speranza, tre detenuti che hanno partecipato al progetto, l’Arch. Stefano Boeri, ideatore con lo studio Stefano Boeri Architetti della Porta della Speranza di Brescia “Porta del Lavoro”, e il Dott. Pierangelo Milesi, Valore Italia - Vice Presidente Nazionale ACLI.
“Una porta, non un muro, non una barriera, ma un passaggio, una soglia, un invito”, ha sottolineato subito S.Em. Arcivescovo Carlo Maria Polvani, Segretario del Dicastero per la Cultura e l'Educazione. “Aprire una porta, anche quando non esiste un muro, significa riconoscere che nessuna vita è priva di futuro. Due soglie che si guardano: un ponte comunicativo tra il carcere e la città che mette al centro il lavoro, ovvero il desiderio di essere parte attiva della comunità. Il reinserimento non è un atto di carità ma un patto civile. Questo progetto si fonda su una convinzione: la speranza non è un ornamento ma una responsabilità condivisa che Brescia ha già cominciato a esercitare con un impegno che merita di essere riconosciuto pubblicamente.”
L’intervento di Stefano Boeri Architetti – che si articola in due installazioni, una all’interno della Casa Circondariale stessa e una in Piazzale Arnaldo – è concepito come una soglia più che una barriera. All’interno del carcere è collocata la prima porta, infatti, nel panopticon, dove diventa un’interfaccia permanente dedicata alle opportunità di lavoro, istruzione e formazione professionale.
Una delle ante è trasformata in un grande display digitale, che aggiorna costantemente informazioni su offerte di lavoro, programmi di formazione, tirocini e collaborazioni promossi da imprese locali e cooperative sociali.
In dialogo con questa installazione interna, una porta identica è collocata in Piazzale Arnaldo, uno degli spazi pubblici più vitali della città. Qui la soglia si apre simbolicamente verso la cittadinanza, condividendo non solo opportunità di lavoro ma anche informazioni sulla realtà carceraria: condizioni di detenzione, fenomeno del sovraffollamento, lavoro quotidiano del personale penitenziario, degli operatori sanitari, dei volontari e delle persone detenute impegnate in attività culturali e artistiche.
Pur fisicamente separate, le due porte costituiscono un unico sistema architettonico e civico. Formate da due ante in legno alte tre metri e larghe un metro e mezzo, attivano un doppio movimento — dalla città al carcere e dal carcere alla città — favorendo la circolazione di informazioni, opportunità e progetti oltre i confini istituzionali. Nel rispetto delle regole del sistema detentivo, il progetto introduce così un’infrastruttura concreta e simbolica di speranza, trasformando l’architettura in uno strumento di consapevolezza e inclusione sociale.
Come ha dichiarato Stefano Boeri, «credo di non sbagliare dicendo che la parola Speranza, in carcere, si chiama Lavoro. Penso che una seria prospettiva di (re)inserimento nel mercato del lavoro e nella formazione professionale, siano per un detenuto tra le più convincenti ragioni per pensarsi fuori dalla condizione carceraria; le uniche davvero capaci di offrire la speranza del ritorno ad una vita sociale che non sia solo un intervallo tra due periodi di detenzione - ma una prospettiva di vita, studio, formazione e attività professionale. La “Porta della Speranza” a Brescia porterà una bacheca digitale nel cuore del carcere per rappresentare, insieme alle informazioni sulle opportunità di lavoro, il pulsare della generosità sociale della città. Ma la stessa porta si aprirà anche in Piazzale Arnaldo, nel cuore vivo della città, da dove arrivano le opportunità per un ritorno alla vita sociale. Le porte sono due, ma la Porta della Speranza è una.».
Il Dott. Massimo Parisi, Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ha affermato: «La scelta di Brescia è oculata: si tratta di un carcere aperto al territorio, e il territorio dimostra sensibilità verso il carcere. La Porta diventa il simbolo di questo rapporto: due ante collegate che rappresentano il legame tra interno ed esterno e richiamano l’attenzione su un aspetto molto concreto, il Lavoro.
In Italia ci sono oltre 20.000 detenuti con fine pena breve, di due o tre anni, che però non riescono a uscire. Per questo è necessario creare servizi che li accompagnino nel reinserimento una volta fuori.
Questa Porta verso l’esterno è una scelta lungimirante: serve a costruire una cultura del carcere e a sensibilizzare prima di tutto i cittadini comuni. Attraverso questa Porta, il cittadino è consapevole della presenza del carcere e del fatto che possa rappresentare una risorsa per il territorio. Si tratta di una sperimentazione graduale, dal valore sia simbolico sia concreto. Non ha senso pensare a un carcere separato dal contesto: questa porta permette invece di farne parte, all’interno di una rete.».
Il senso dell’operazione: una proposta di speranza per i detenuti e per la società
Il progetto si sviluppa su due direttrici complementari, interna ed esterna al carcere, con l’obiettivo di trasformare la speranza in azione concreta. All’interno degli istituti penitenziari promuove attività educative, laboratoriali e pastorali, realizzate in collaborazione con educatori, cappellani e associazioni di volontariato. Un ruolo centrale è affidato alla formazione professionale, sviluppata insieme a realtà di eccellenza come l’Accademia di Belle Arti di Brera e ALMA – La Scuola Internazionale di Cucina Italiana, per offrire competenze utili al reinserimento. All’esterno, le Porte della Speranza diventano strumenti di consapevolezza pubblica, capaci di favorire una visione più aperta del sistema penitenziario, superando stereotipi e invisibilità e riconoscendone il valore educativo e sociale. In questo dialogo, l’arte assume un ruolo decisivo come spazio di incontro tra carcere e città.
«Ho condiviso fin da subito la genialità dell'idea dell'architetto Boeri di sdoppiare la Porta: un'anta all'interno del carcere e l'altra nella piazza principale della città.» ha dichiarato il curatore artistico Prof. Davide Rampello.«Due ante della stessa Porta, unite idealmente dalla cosa più importante per i detenuti: la ricerca del reinserimento una volta liberi, che si ottiene veramente solo grazie al lavoro.»
Il progetto nasce da una rete ampia e strutturata di collaborazioni tra istituzioni, imprese e realtà del territorio, tra cui la Provincia di Brescia, Confindustria Brescia, la Camera Penale della Lombardia Orientale (Sezione di Brescia), Stefano Boeri Architetti, IAL Lombardia Srl Impresa Sociale, Vincenzo Foppa Società Cooperativa Sociale ONLUS, la Cooperativa Sociale di Bessimo, SOLCO Consorzio di Cooperative Sociali S.C.S. e G-ENERA Srl.
«Intervenire all’interno della Casa Circondariale di Brescia significa portare conoscenza, formazione e attenzione alla qualità degli spazi anche dove queste risorse sono meno accessibili. Crediamo che la cura dei luoghi e il valore simbolico dell’intervento culturale possano incidere profondamente sulla dimensione umana delle persone coinvolte. Il legame con il territorio bresciano rappresenta per Valore Italia un elemento fondante della propria identità, profondamente radicato nella storia e nell’esperienza della Scuola di Restauro di Botticino: è proprio da questo rapporto che nasce la volontà di contribuire attivamente a iniziative capaci di generare valore culturale e sociale sul territorio.» dichiara Martino Troncatti, Presidente di Valore Italia.
Al centro dell’iniziativa vi è l’attivazione di percorsi concreti di inclusione: borse lavoro, programmi professionalizzanti e strumenti di orientamento post-pena, affiancati da un sistema di matching tra competenze e opportunità offerte dalle imprese locali, con l’obiettivo di ridurre il rischio di recidiva. Parallelamente, il progetto valorizza le iniziative già attive sul territorio, come corsi, attività educative, eventi e laboratori, e ne promuove di nuove, come i percorsi semestrali di restauro avviati dalla Scuola di Restauro di Botticino. I laboratori creativi contribuiscono, inoltre, a restituire una dimensione umana al percorso, attraverso opere, pensieri e testimonianze dei detenuti. La Porta della Speranza si configura così come un dispositivo al tempo stesso simbolico e operativo: offre strumenti concreti per costruire un futuro possibile e, al contempo, rende visibili percorsi e competenze, favorendo una cultura condivisa di inclusione e responsabilità.
Una bottega artigiana diffusa
Il progetto Porte della Speranza nasce e si sviluppa con lo spirito di una grande bottega rinascimentale: un luogo dove artisti, progettisti, artigiani e istituzioni lavorano insieme, intrecciando competenze e visioni in un processo creativo comune, fondato sulla condivisione dei saperi, sull’eccellenza del fare e sulla responsabilità culturale collettiva. Ogni opera prende forma attraverso un laboratorio vivo, in cui l’ispirazione artistica dialoga con la precisione tecnica e con l’esperienza delle maestranze, restituendo alla comunità un gesto corale in cui la creatività si traduce in trasformazione concreta.
Crediti e ringraziamenti per il progetto “una speranza che si chiama lavoro”
In piena coerenza con questo spirito collaborativo, la Porta della Speranza di Brescia è il risultato di un impegno condiviso da parte di numerosi partner, molti dei quali hanno scelto di contribuire mettendo a disposizione competenze, tempo e risorse con grande generosità. Tra questi, Stefano Boeri Architetti (capoprogetto: Anastasia Kucherova) per l’ideazione; Valore Italia Impresa Sociale per la gestione e la produzione dei contenuti; Artwood Academy (fondazione ITS nata nel 2013, per iniziativa di FederlegnoArredo e Aslam, nel distretto del mobile della Brianza, con l’obiettivo di offrire ai giovani la possibilità di progettare il proprio futuro professionale nel settore del legno arredamento); Albertani Corporates SpA per la fornitura del legno e l’installazione dell’opera; Maurizio Milan per BUROMILAN per gli aspetti tecnici e le certificazioni; Bertone Design per la realizzazione delle targhe delle Porte della Speranza e studio FM milano, Sergio Menichelli.
Accanto a questi contributi, altre realtà hanno sostenuto il progetto attraverso condizioni particolarmente agevolate, partecipando con lo stesso spirito di condivisione: Tecnovision Ledwall srl per la fornitura dei ledwall, Carpenterie SACIF per la realizzazione della struttura portante in metallo e InPrimis, SMK Factory, ACT - Associazione Carcere e Territorio, con il contributo di Coop Bessimo e del Comune di Brescia, per la realizzazione del progetto video “11 Giorni” (regia di Nicola Zambelli), acquisito grazie al contributo di Piero Gandini.
Si ringrazia in particolar modo la Casa Circondariale “Nerio Fischione” di Brescia, la direttrice Francesca Paola Lucrezi, il funzionario giuridico pedagogico Matteo Pedroni e il corpo della Polizia Penitenzia. Si ringrazia per la collaborazione il Comune di Brescia, la sindaca Laura Castelletti, il capo gabinetto Giandomenico Brambilla, Servizio Coordinamento Cantieri e Gestione Traffico, Settore Strade Dario Nicolosi, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Bergamo e Brescia, Giuseppe Stolfi, Annamaria Basso Bert, Serena Rosa Solano. Si ringraziano le associazioni che portano avanti i progetti didattici e di supporto alla reintegrazione nelle carceri di Brescia: Centro per l’impiego, CFP Zanardelli, Camera di commercio Industria, Artigianato e Agricoltura di Brescia, Confindustria Brescia, Fondazione della Comunità Bresciana, IAL Lombardia Brescia, Gruppo Foppa, Confcooperative Brescia, Energheia impresa sociale, Solco, Camera penale di Brescia, Space work, Fondazione Cariplo.
Il progetto Porte della Speranza
L’iniziativa – che ha visto finora la realizzazione di due residenze d’artista presso due carceri in Portogallo e l’inaugurazione lo scorso dicembre della prima Porta della Speranza firmata da Michele de Lucchi presso la Casa Circondariale di Milano San Vittore “Francesco Di Cataldo” – si configura come un percorso artistico, educativo e sociale che proseguirà per tutto il 2026. Il progetto invita grandi interpreti della cultura contemporanea a creare una serie di “porte artistiche” in relazione diretta con gli istituti penitenziari: installate davanti alle carceri coinvolte, le opere diventano segni di passaggio e rigenerazione, rivolti alle persone detenute e, insieme, all’intera comunità.
Dopo Milano e Brescia, Porte della Speranza proseguirà coinvolgendo una significativa rosa di autori, chiamati a dialogare con altrettanti istituti: la sezione femminile di Borgo San Nicola di Lecce con Fabio Novembre; Regina Coeli a Roma con Gianni Dessì; Santa Maria Maggiore alla Giudecca, Venezia, con Mario Martone; Pagliarelli di Palermocon Massimo Bottura; Secondigliano a Napoli con Mimmo Paladino; la sezione femminile del Giuseppe Panzera di Reggio Calabria con Ersilia Vaudo Scarpetta.
Ogni intervento nascerà dall’ascolto delle persone detenute e della comunità carceraria, in dialogo con le direzioni degli istituti.
Grazie alla sua struttura, che intreccia arte, formazione e impegno sociale, Porte della Speranza si configura come un processo vivo, più che come una semplice serie di installazioni: un invito a oltrepassare il limite, a riconoscere l’altro e a ripensare la possibilità stessa della trasformazione. La Porta della Speranza ridefinisce il concetto di soglia come spazio di scambio e relazione, in cui il lavoro diventa la chiave per la dignità, il reinserimento e per una rinnovata connessione tra individui, istituzioni e città.
Il film
L’intero percorso — dagli incontri nei penitenziari alla realizzazione delle opere — sarà raccontato in un film diretto da Giuseppe Carrieri e in una pubblicazione collettiva che raccoglierà testimonianze artistiche, contributi degli autori, interventi dei detenuti e riflessioni sul tema della speranza.
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Un nuovo studio, frutto della collaborazione tra ricercatori e medici, propone un cambio di paradigma, basato su evidenze scientifiche: non l’assoluzione, ma la riabilitazione del sale, risorsa preziosa da gestire con equilibrio e responsabilità, a tavola ma anche nella divulgazione e nelle strategie di Sanità Pubblica.
Perché se troppo sale fa male, anche troppo poco può portare a gravi conseguenze per la salute.
Roma, 27 marzo 2026. Da anni ci dicono di nascondere la saliera, perché il sale fa male. Oggi, nuove evidenze scientifiche suggeriscono che per il cuore, il cervello e il metabolismo, meno non significa sempre meglio. Gli esiti di salute correlati all’assunzione di sodio seguono, infatti, una relazione a U, per cui sia un apporto eccessivo sia un apporto insufficiente di sale sono associati a un aumento del rischio per la salute, rafforzando l’importanza di evitare tanto la sovraesposizione cronica quanto la restrizione estrema. Il sale di per sé non è dannoso; è lo squilibrio a esserlo.
È questo, in sintesi, ciò che emerge dal nuovo White Paper, patrocinato e redatto da un pool di ricercatori dell’Università Campus Bio Medico di Roma* su invito di Compagnia Italiana Sali e Atisale, con l’obiettivo non di assolvere ma riabilitare il sale, evidenziando, su basi scientifiche aggiornate, il ruolo fisiologico del sale nell’organismo umano, promuovendone una visione equilibrata, fondata sul concetto di moderazione e consapevolezza piuttosto che su logiche di demonizzazione o proibizione, e offrendo uno strumento comunicativo responsabile a decisori, operatori sanitari, giornalisti.
Il Paradosso della “Curva a U”
Per decenni la comunicazione relativa al consumo di sale è stata univoca: “Tagliare il sale, per salvare il cuore”. Ma la fisiologia umana non è semplice. Studi epidemiologici massivi, come il celebre PURE Study su oltre 90.000 persone, hanno disegnato una realtà diversa, una curva a forma di “U”. Cosa significa? Che la mortalità aumenta se si mangia troppo sale (oltre i 5-6g di sodio), ma aumenta drasticamente anche se ne si assume troppo poco (sotto i 3g). Il nostro corpo, infatti, è una macchina elettrica: senza sodio, gli impulsi non partono, i liquidi non si regolano, la vita si ferma. I concetti di “eccesso” e “carenza” diventano pertanto centrali, poiché spostano la discussione dal sale in sé all’equilibrio, ovvero a un apporto appropriato di sale. Non solo. Il concetto stesso di equilibrio non è necessariamente legato a valori assoluti, poiché gli organismi viventi sono caratterizzati da equilibri dinamici, strettamente connessi agli stili di vita e alle abitudini alimentari individuali.
I tre Danni Silenziosi della Carenza
Mentre tutti guardano la pressione alta, negli ambulatori si sta consumando un dramma opposto, spesso ignorato:
1. Il declino degli anziani non è sempre “vecchiaia”. Migliaia di anziani arrivano al pronto soccorso per cadute inspiegabili o stati confusionali che sembrano l'inizio di una demenza. La causa? Spesso è l'iponatriemia (basso sodio nel sangue), causata da diete iposodiche troppo rigide. Il cervello, privo del suo “conduttore”, va in tilt. Ridare il giusto sale a queste persone significa spesso vederle “rinascere” cognitivamente e ritrovare l'equilibrio.
2. Il cuore che soffre la “fame”. Per anni si è tolto il sale ai pazienti con scompenso cardiaco. Oggi, meta-analisi su riviste come ilJACC ci mostrano un paradosso inquietante: una restrizione aggressiva può aumentare la mortalità. Senza sodio, il volume del sangue si riduce troppo e il corpo reagisce producendo ormoni dello stress che affaticano un cuore già debole.
3. Il metabolismo bloccato. Il sale serve a trasportare il glucosio nelle cellule. Se lo eliminiamo, il corpo diventa meno sensibile all'insulina (insulino-resistenza), aprendo la porta a disfunzioni metaboliche e pre-diabete.
Non è solo chimica: il valore della Matrice
C'è poi un equivoco di fondo. Quando si parla di “sale”, si pensa alla molecola pura chimica (NaCl) che si trova nei cibi ultra-processati industriali. Ma il Sale Marino, raccolto nelle saline, è una “matrice complessa”. Porta con sé oligoelementi – magnesio, potassio, calcio – che modulano il sapore e interagiscono con l’organismo in modo diverso. Un sale integrale sala di più e meglio, permettendoci di usarne meno per avere più gusto. È un paradosso gastronomico: la qualità permette la moderazione, l'assenza di qualità porta all'abuso.
La Polizza Iodio
Infine, non bisogna dimenticare che il sale iodato rimane uno strumento cardine di Sanità Pubblica per la prevenzione della carenza di iodio e per il supporto della normale funzione tiroidea e dello sviluppo neurologico, ed è ampiamente riconosciuto come una delle strategie preventive più costo-efficaci nelle politiche di salute globale.
Verso l'Equilibrio Consapevole
“A fronte dei risultati di questo studio, che evidenziano una relazione a forma di U tra assunzione di sodio e esiti di salute, rafforzando la necessità di evitare sia un eccesso cronico sia una restrizione severa prolungata, è necessario un rinnovato approccio non solo alle strategie di Sanità Pubblica, ma anche alla comunicazione nutrizionale, che raggiunga efficacemente la popolazione più ampia. La demonizzazione storica del sale può e deve essere riformulata enfatizzando l’equilibrio anziché la condanna. Un’educazione ad un consumo consapevole, equilibrato e quindi responsabile è una sfida socio-culturale più generale e di cui il sale può essere considerato, con buone ragioni, paradigmatico” ha concluso la professoressa Marta Bertolaso, Research Unit of Philosophy of Science and Human Development dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.
Se l’eccesso rimane dunque un errore, la paura indiscriminata è un errore uguale e contrario. Il nuovo White Paper propone un cambiamento nelle strategie di Sanità Pubblica e di comunicazione, passando da una riduzione generalizzata del sodio a un approccio basato su moderazione, personalizzazione e contestualizzazione dell’assunzione, tenendo conto dello stile di vita, del livello di attività fisica e delle esigenze fisiologiche individuali, valutandolo all’interno di modelli dietetici complessivi, piuttosto che come nutriente isolato: “Oggi ci troviamo qui per parlare di sale… materia prima millenaria, ingrediente fondamentale per la cultura e nella cucina mediterranea e tuttavia, per decenni, oggetto di demonizzazione da parte dell’opinione pubblica, mai basata su studi scientifici strutturati, cosa che ha generato una percezione distorta a tutti i livelli sociali. È per questo che abbiamo deciso di interpellare un pool di professori e ricercatori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma al fine di svolgere uno studio mirato declinato nella redazione di un White Paper sull’argomento, ossia sull’importanza di una corretta ed equilibrata assunzione di sale per la salute umana” ha spiegato Andrea Pedrazzini, Direttore Marketing e Comunicazione Italia Cis e Atisale.
È tempo dunque di smettere di demonizzare questo cristallo millenario come un nemico pubblico e iniziare a trattarlo per quello che è: una risorsa preziosa, da gestire con intelligenza, cultura e, perché no, un pizzico di gusto.
a cura dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna
dal 28 marzo al 25 aprile 2026
Palazzetto Tito
Dorsoduro 2826, Venezia
Installation views, Forme d’argilla. Un secolo di ceramica sarda (1900–2000), Palazzetto Tito - Fondazione Bevilacqua La Masa, 2026, ph. ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna.
L’ISRE – Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna, in collaborazione con la Fondazione Bevilacqua La Masa, presenta dal 28 marzo al 25 aprile la mostra Forme d’argilla. Un secolo di ceramica sarda (1900–2000), ospitata negli spazi di Palazzetto Tito a Venezia.
L’esposizione propone un ampio percorso nella storia della ceramica sarda del Novecento, mettendo in luce le profonde radici culturali e sociali di questa tradizione artistica e artigianale e il suo progressivo dialogo con la modernità e con le ricerche contemporanee.
“La Fondazione Bevilacqua La Masa, istituzione del Comune di Venezia, guarda con particolare interesse ai progetti che mettono in dialogo tradizioni artistiche radicate nei territori con le forme della ricerca contemporanea - afferma Bruno Bernardi, Presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa -. In questo senso, la collaborazione con l’Istituto Superiore Regionale Etnografico rappresenta un’importante occasione di confronto e di scambio, capace di mettere in relazione esperienze, pubblici e prospettive differenti. Una storia esemplare di continuità identitaria senza chiusure, capace di entrare nel contemporaneo portando l’impronta di una tradizione profondamente vissuta, anche nelle forme della produzione economica odierna. La mostra, già da una prima lettura, rinvia all’esistenza di una comunità locale che considera l’eredità culturale, in assonanza con la Convenzione di Faro, come insieme di risorse ereditate dal passato, che riflette ed esprime valori, credenze, conoscenze e tradizioni in continua evoluzione. La nostra Fondazione conferma la propria vocazione a essere luogo di incontro tra storie, linguaggi e territori, contribuendo alla diffusione e alla conoscenza di patrimoni culturali che, pur radicati in contesti specifici, parlano a una dimensione più ampia e condivisa.”
Il Polo Museale dell’Isre, sotto la direzione tecnico scientifica di Marcello Mele, costituisce un aggregato e svolge azione di raccordo tra i musei dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico con lo scopo di valorizzare, conservare e diffondere il patrimonio culturale e artistico della regione Sardegna, attraverso la gestione e la promozione di vari istituti museali e la valorizzazione delle collezioni in essi contenute. Attraverso una selezione di circa ottanta opere principalmente provenienti dal Museo della Ceramica di Nuoro, il progetto racconta l’evoluzione di una produzione che, a partire dagli oggetti d’uso quotidiano della fine dell’Ottocento, si sviluppa nel corso del Novecento fino a raggiungere forme sempre più consapevoli sul piano artistico e progettuale. La ceramica, inizialmente legata a una dimensione funzionale e a una forte identità locale, si apre progressivamente a nuove tecniche, linguaggi e sperimentazioni, entrando in dialogo con l’arte, il design e con il contesto internazionale.
“La mostra Forme d’argilla a Venezia nasce come una proiezione significativa della straordinaria ricchezza custodita dal Museo della Ceramica di Nuoro - racconta Anna Paola Mura, Direttrice Generale dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna -. Situato nel cuore dell’isola, il museo racconta il valore altissimo della produzione ceramica del Novecento sardo, espressione di un dialogo continuo tra artigiani, artisti e designer. Questa esposizione vuole restituire al pubblico non solo la bellezza degli oggetti, ma anche la profondità di un sapere che unisce invenzione e tradizione: da un lato la capacità di innovare forme, linguaggi e funzioni, dall’altro il radicamento in gesti, tecniche e simboli tramandati nel tempo. È proprio in questo equilibrio che la ceramica sarda rivela la sua identità più autentica, capace di parlare al presente senza perdere il legame con la propria storia.”
Il percorso espositivo, curato dal Direttore del polo museale ISRE, Efisio Carbone, prende avvio dalle ceramiche popolari legate alla vita domestica e rituale della Sardegna: manufatti tradizionali – come brocche per l’acqua, giare per la conservazione dei cibi, conche per la preparazione degli impasti o stoviglie da fuoco – costituiscono il nucleo originario di una cultura materiale profondamente radicata nella quotidianità delle comunità locali. Accanto agli oggetti d’uso sono presentati manufatti destinati alle occasioni cerimoniali e festive, tra cui la celebre brocca della festa di Oristano o la brocca della sposa di Assemini.
Con un allestimento progettato dall’architetto Giovanni Filindeu per Hermoge Srl, la mostra invita il visitatore a un viaggio tra “isole” distribuite nelle sale espositive: volumi bassi, connessi e specchianti, concepiti come superfici d’acqua che evocano un elemento centrale tanto nell’identità dell’isola da cui provengono le opere — la Sardegna — quanto in quella della città che le accoglie, Venezia.
Le superfici riflettenti moltiplicano la luce e articolano lo spazio, guidando lo sguardo su più livelli e offrendo una percezione dinamica delle opere. Le pareti accolgono pochi interventi selezionati — dall’installazione di Rosanna Rossi allo scudo di Paola Dessy, dal presepe di Maria Lai al servizio da tè di Melis — mentre un tappeto d’erba ospita l’installazione di Ciacciofera con le sue 160 ceramiche, e dal soffitto scendono Li cuccos di Caterina Lai.
Ne emerge un percorso che colpisce per la sua misura contemporanea: un allestimento capace di rileggere un patrimonio profondamente radicato nella storia e nel territorio, restituendolo con uno sguardo attuale e rinnovato.
A partire dagli anni Venti del Novecento, la ceramica sarda conosce un decisivo rinnovamento grazie all’opera di artisti e artigiani che introducono nuove modalità produttive e un diverso approccio estetico. Figura centrale è Francesco Ciusa, che avvia un processo di modernizzazione portando la ceramica dall’ambito funzionale a quello artistico e aprendo la strada a una nuova generazione, come testimoniato dai numerosi oggetti presentati.
Da questa premessa emerge la figura di Ciriaco Piras, protagonista della scuola ceramica di Dorgali, il cui laboratorio diventa un importante luogo di formazione, anche per Salvatore Fancello, tra le personalità più originali del Novecento, capace di trasformare la ceramica in un linguaggio scultoreo libero e sperimentale. Accanto a loro, la mostra presenta figure come i fratelli Federico e Melkiorre Melis, fondamentali nello sviluppo tecnico e stilistico della produzione isolana, di cui si possono vedere sia oggetti d’uso quotidiano che sculture dalla spiccata qualità estetica.
Qui si inserisce anche la tradizione di Assemini, centro di antica attività artigianale, con maestri come Saverio Farci, autore di importanti innovazioni, e una rete di botteghe che mantiene vivo il dialogo tra tradizione e ricerca.
Dalla seconda metà del Novecento si rafforza il rapporto tra ceramica e scultura: Eugenio Tavolara promuove progetti di produzione su larga scala, mentre Maria Lai sperimenta nuove possibilità espressive, sviluppate pienamente negli anni Ottanta. Nel dopoguerra, Sassari diventa un centro dinamico grazie ad artisti come Giuseppe Silecchia e Gavino Tilocca - entrambi presenti con diverse piccole sculture –, affiancati da Paola Dessy, che orienta la propria ricerca verso soluzioni astratte, contribuendo al dialogo tra arte, ceramica e progettazione.
Negli stessi anni, Costantino Nivola esplora la terracotta in chiave scultorea, privilegiando la materia naturale e lavorandola attraverso segni incisi, mentre Pinuccio Sciola interpreta l’argilla come massa da scolpire per sottrazione, avvicinandola alla pietra e al legno, come si può apprezzare nelle Figure distese proposte.
Il percorso include anche un confronto con il panorama nazionale, mettendo in luce affinità e scambi, ma anche la diffusione, tra anni Trenta e Quaranta, di un’immagine stereotipata della Sardegna, veicolata da produzioni destinate al mercato. Artisti come Edina Altara e Alessandro Mola rielaborano questi temi, contribuendo a diffondere nel resto d’Italia un’immagine della Sardegna sospesa tra tradizione, esotismo e costruzione culturale.
Tra le “isole” che più caratterizzano il progetto si trova quella dedicata allo sguardo sulla ceramica artistica contemporanea, con opere di Rossana Rossi, Michele Ciacciofera, Antonello Cuccu, Caterina Lai, Gianfranco Pintus e Lalla Lussu, che testimoniano la vitalità di una tradizione capace di rinnovarsi nel presente.
La mostra è arricchita inoltre dal video sulla ceramica del duo NARENTE commissionato da CRAFT - Sardegna Ricerche per Regione Sardegna e presentato nella sua versione integrale all’Esposizione Universale di Osaka.
Il progetto rientra in un più ampio percorso di internazionalizzazione del patrimonio materiale dell'Istituto programmato sotto la direzione generale di Anna Paola Mura e gode del sostegno del Progetto Interreg VIA PATRIMONIA ACT.
Dopo l’appuntamento veneziano, le opere in mostra torneranno ad accogliere il pubblico al Museo della Ceramica di Nuoro, uno dei più completi d’Italia nella rappresentazione del patrimonio ceramico, per continuare a raccontare questa storia di acqua e terra.