lunedì 31 ottobre 2016

Il mondo dell'antiquariato a Saletto : Rasolo Antichità ad Abitare per Vivere

Il viaggio alla scoperta delle storie della Bassa Padovana non poteva non farci incontrare
il mondo dell’antiquariato.
Ne parliamo con Veronica Rasolo, di Rasolo Antichità in quel di Saletto.
“Il nostro nome, presente nel mondo dell'antiquariato dal 1970 si rivolge a privati e
a commercianti e ad operatori del settore. I nostri oggetti risalgono al periodo compreso
tra il 600 e l'800 e vengono scelti e importati direttamente dal titolare, Renzo Rasolo,
da tutti i paesi europei in particolare Francia. Grazie a ciò possiamo garantire la nostra
merce con certificato di autenticità.”
Veronica, nel corso di tutta l’intervista, trasmette tutta la passione per questo mondo,
che si lega indissolubilmente alla competenza e all’amore per la Storia.
“ Talvolta, in queste occasioni, ci si lascia andare a considerazioni ovvie e banali. Posso
dire che da Rasolo antichità troverete la massima competenza, disponibilità 7 giorni su 7
e un grande amore per l'oggetto antico che acquista sempre più valore nel tempo.Per
noi tutto questo è semplicemente la nostra vita.”
“Se non ami questo lavoro non puoi farlo...ogni oggetto d'arte è unico va osservato e
valutato con la propria testa, per attribuire il giusto prezzo e poi comprato...niente è
dato per scontato, non esistono regole, non si eseguono ordini di merci, ma si segue
il proprio istinto, si va alla ricerca dell'oggetto da rivendere...e poi quando lo si porta
a "casa" in negozio...lo si sente "nostro", si pensa a come esporlo e a chi proporlo…
Ogni oggetto ha un suo fascino..una sua storia...Da alcuni anni mio marito collabora
con me e insieme condividiamo l'amore per il vetro di murano...un amore caldo
caldissimo prezioso e fragile...Alla mattina si parte presto, si va in fornace, si parla
e si contratta direttamente con i maestri, che troviamo spesso stanchi, con il male
alle spalle, con i cerotti alle dita ma orgogliosi di creare ogni giorno oggetti originali, semplicemente UNICI.”
Che dire di più ?

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MobilBitto di Sarmede ad Abitare per Vivere

Le iniziative di informazione della rete dei borghi europei del gusto hanno toccato anche l’area
delle Prealpi Trevigiane. Diversi i temi affrontati : fra questi,particolarmente sentito ed apprezzato,
quello dell’Abitare per Vivere.
In questo territorio, così segnato dalle tradizioni e dalle storie degli antichi mestieri, non potevamo
non incontrare gli artigiani del legno, i falegnami per eccellenza, Eros e Vittorio Bitto di Sarmede.
“ Un tempo i falegnami costruivano un po’ di tutto : i mobili, i serramenti, prima ancora gli attrezzi da lavoro.Il falegname è un mestiere nobile e antichissimo, le sue origini si fanno risalire alla notte dei tempi. Sembra infatti che quella del falegname sia una delle professioni più antiche dell’ uomo, proprio perché il legno è un materiale che abbiamo sempre avuto a disposizione e ben presto abbiamo imparato ad usarlo e conoscere. Lavorare il legno per i nostri antenati significava sopravvivere: dal legno sono state costruite armi, ripari sicuri, e poi ruote e ponti. Forse non ci abbiamo mai pensato ma il debito che nutriamo nei confronti dei primi falegnami della storia è impagabile.”
Oggi anche il falegname usa le tecnologie più moderne, tant'è vero che molte macchine in una falegnameria sono oggi controllate tramite computer. Ma al centro rimane sempre l'uomo che fa. Ogni giorno ha il contatto con le persone più disparate: clienti, fornitori, altri artigiani e ovviamente le sue colleghe e i colleghi di lavoro…..
“Come falegname progetti singoli mobili ma realizzi anche interi arredamenti d'interni.Attualmente, esistono varie tecniche ed attrezzature specifiche per questa professione, tanto che questo mestiere può essere considerato come una vera e propria arte del legno. Precisione, abilità tecnica e manualità sono i requisiti necessari per chi desidera diventare falegname.”
E , qui dai Bitto, l’arte è di casa.

Eurocolori ad Abitare Per Vivere

Abitare per Vivere è la speciale iniziativa sulla qualità in edilizia che la rete
dei borghi europei del gusto promuove da anni, al fine di realizzare una buona
informazione per i consumatori del bene casa.
L’iniziativa si è sviluppata negli anni e conosce oggi una nuova stagione,
soprattutto sui temi della sostenibilità.
L’associazione internazionale Azione Borghi Europei del Gusto si occupa da
sempre di tutti gli aspetti del buon e bello vivere. La ricerca della qualità della
vita passa, anche e soprattutto, attraverso la qualità dell’abitare.
Quando si è finito di lavorare, tutti sentiamo il desiderio di riposare in un
ambiente domestico sano, piacevole e confortevole, magari in buona compagnia,
degustando buoni vini e ottimi cibi.
La delegazione professionale Saperi & Mestieri promuove da diversi anni degli
incontri per ‘informare chi informa’, finalizzati alla conoscenza e alla comprensione
di tutto ciò che contribuisce alla creazione di un abitare di pregio.
Abitare per Vivere è dunque un percorso d’informazione che mette a confronto
i principali protagonisti della filiera abitativa ed edile: pubblici amministratori,
urbanisti, architetti, ingegneri, costruttori edili, imprenditori e costruttori di
componenti e materiali, rivenditori al fine di stimolare una riflessione comune
su queste tematiche.
Gli incontri sono condotti con uno stile giornalistico, tipo intervista in diretta, e
si concludono sempre con la degustazione di prodotti locali di pregio, capaci di
offrire stimoli gustativi piacevoli e gradevoli occasioni di socializzazione.


Gli incontri d’Autore ci hanno portati a Megliadino San Fidenzio, alla
Nuova Eurocolori srl.
Matteo Ferraretto, giovane CEO dell’azienda, ci accoglie per raccontarci una
storia esemplare, che coniuga tradizioni,laboriosità e innovazione.

“Il primo motore di tutte le nostre attività è la piena consapevolezza che
il colore è e sarà sempre di più, per i nostri clienti, una parte fondamentale
della loro strategia di mercato. Chi ancora crede che il colore sia semplicemente
una combinazione di materie prime e prodotti semilavorati ne sottovaluta
il potenziale. In tutto il mondo i messaggi e le strategie si stanno spostando
sempre più dal prodotto al servizio, dalla semplice fornitura di un bene alla
creazione di un legame profondo con il cliente.EuroColori sa che le aziende
che producono rivestimenti architetturali hanno bisogno di dare un valore
alla loro offerta che non si esprima solo in kili o litri, ma in soluzioni tecnologiche,
innovazioni, marketing. Il sistema tintometrico EuroColori assume il ruolo che
realmente gli compete: quello di essere uno dei motori strategici per la crescita
aziendale. Progettiamo sistemi tintometrici che rendono più vicino il tuo futuro.”

L’esperienza di Eurocolori prende il via nel più classico dei modi : la produzione
e la vendita di colori. Ma vi è un qualcosa che spinge ‘oltre’ quell’esperienza : in
breve tempo l’azienda diviene uno dei punti di riferimento per i temi della tintometria
e della colorimetria applicate ai rivestimenti architetturali, consolidando la propria
posizione di leadership anche attraverso lo sviluppo di software dedicati al mondo
dei sistemi tintometrici e di una linea di paste coloranti tra le più complete e tecnologiche disponibili sul mercato.

“EuroColori- continua Ferraretto-, ha saputo costruire nel tempo un’affiatata
squadra con competenze di massimo livello, il cui cuore sta nel team di
Colorimetry and Software Development: qui si concentra il nucleo delle
competenze acquisite e il perno delle strategie di sviluppo aziendali.
Questo è il nostro progetto per i prossimi 35 anni: continuare ad anticipare
il futuro del colore.”

E, a proposito dei temi della sostenibilità che caratterizzano il progetto europeo,
quando si affronta il tema dell’ecosostenibilità, per EuroColori non si tratta
semplicemente di adeguarsi alle normative vigenti. “Si tratta, invece, di essere
stata la prima azienda europea completamente VOC&APEO free (ad eliminare
cioè solventi ed alchil-fenol etossilati) a conseguire la prestigiosa certificazione
europea EPD, anticipando di anni la legislazione di settore.Imponiamo da sempre
alla nostra ricerca un netto orientamento verso soluzioni e componenti che rispettino
la vita in ogni sua forma.
Per questo le performance dei nostri prodotti sono così all’avanguardia: il ciclo
di miglioramento continuo di tutte le nostre paste coloranti, sia per sistemi a base
acqua che per sistemi a solvente, nasce dal confronto costante con i migliori
fornitori presenti sui mercati in cui operiamo. Il colore è esperienza e legame
con il mondo e la natura. EuroColori onora da sempre questo legame.”

Insomma non si tratta di semplici enunciazioni promozionali, seppur ben
congegnate, ma della ragione stessa per Eurocolori di esistere e svilupparsi.
Questo è il messaggio che Matteo Ferraretto e il suo staff vogliono suggerire
ai giornalisti e ai comunicatori che li incontreranno nel corso delle giornate
di Borghi d’Europa.
E, scusate se è poco!
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domenica 30 ottobre 2016

Matulji (Croazia), nella rete dei borghi europei del gusto,grazie all'Ente per il Turismo

Marijana Kalčić – Grlaš è all’Ente per il turismo di Matulji dal 2002.
Sin dall’inizio della sua attività ha lavorato costantemente alla promozione dell’intera zona di Matulji, alla conservazione degli usi, alla tutela dei valori autoctoni e della gastronomia. È particolarmente fiera della cosiddetta “Škola potresujki“ (una scuola della danza tipica del luogo) e di tutti gli avvenimenti carnevaleschi che oltre ad attrarre la popolazione locale, incuriosiscono anche un numero sempre maggiore di turisti provenienti dalle zone limitrofe, dall’Italia, dalla Slovenia e dall’Austria.
La rallegra anche il fatto che sul territorio del comune di Matulji ci sia un gran numero di alloggi privati di qualità e di quelli che si adoperano a migliorare la propria offerta. Il livello dell’offerta gastronomica nel comune è ottimo: nel gran numero di osterie, buffet, trattorie e ristoranti sparsi per tutto il comune, si possono assaggiare dalle pietanze semplici come le merende, a quelle più complesse e raffinate.
La signora Kalčić-Grlaš si augura che il comune di Matulji attiri tutta una serie d’investitori per arricchire ulteriormente l’offerta turistica affinché tutti assieme s’impegnino a migliorare ulteriormente con idee comuni, piani e programmi, la promozione dell’intero circondario.


Mattuglie (in croato Matulji) è un comune di 11.274 abitanti della regione litoraneo-montana in Croazia. Nonostante l'appartenenza amministrativa e la vicinanza alla città di Fiume, il suo territorio, da un punto di vista storico e geografico, è da ritenersi parte della regione istriana.

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Lo Stile Impero

« Lo stile Impero fu l'esaltazione della decorazione pompeiana »
(Mario Praz)
Lo stile Impero è una corrente del Neoclassicismo che interessò l'architettura, l'arredamento, le arti decorative e le arti visive del XIX secolo. Si sviluppò durante l'età napoleonica, al fine di celebrare l'ascesa al potere di Napoleone Bonaparte (1804-1814; 1815) e si diffuse in gran parte dell'Europa.

Architettura


Arco di Trionfo del Carrousel, a Parigi

Parigi: la chiesa della Madeleine
Nell'architettura, lo stile Impero si affermò tra il 1805 ed il 1814, ma rimase in auge anche nei decenni successivi.
Dal punto di vista formale fu influenzato fortemente dalle costruzioni della Roma imperiale ed in parte, dopo la campagna d'Egitto, anche dalle architetture egiziane; i principali architetti che affermarono le nuove tendenze furono Charles Percier e Pierre-François-Léonard Fontaine, nominati da Napoleone "Architectes des Palais du Premier et Deuxième Consuls". I due collaborarono ad esempio nella costruzione dell'Arco di Trionfo del Carrousel a Parigi (1806-1808), voluto dallo stesso Napoleone per commemorare le sue vittorie militari e realizzato su modello degli archi di Settimio Severo e di Costantino a Roma; un altro arco di trionfo, di forme ancora più imponenti, fu innalzato al termine degli Champs-Élysées ad opera dell'architetto Jean Chalgrin.
Sempre nella capitale francese, Napoleone ordinò la costruzione del Tempio della Gloria (successivamente trasformato nella chiesa della Madeleine), un maestoso edificio nel quale vennero riprese le forme della Maison Carrée di Nîmes, ma che storici alcuni hanno giudicato come "una parafrasi senza vita di un antico tempio romano".[1] Sul fronte opposto alla facciata della Madeleine, oltre la Senna, nel 1808 fu aggiunto un grande, quanto superficialmente formale[2], portico al preesistente Palazzo Bourbon.
L'impronta napoleonica portò anche alla trasformazione, tra il 1806 ed il 1810, di Place Vendôme, al centro della quale fu eretta una colonna in bronzo ad imitazione della Colonna Traiana di Roma: sulla cima fu collocata la statua (distrutta nel 1814) dello stesso imperatore francese nelle sembianze di Cesare.
In Italia, negli anni dell'ascesa di Bonaparte, si registra ad esempio la costruzione dell'Arco della Pace a Milano, di Luigi Cagnola (1807), il progetto di Giovanni Antonio Antolini per il Foro Bonaparte, la realizzazione della piazza del Plebiscito a Napoli, iniziata sotto Gioacchino Murat, ed infine la sistemazione di piazza del Popolo a Roma, avviata da Giuseppe Valadier.[3] Successivamente, lo stile Impero caratterizzò gli anni postunitari del Regno d'Italia.

Arredamento e arti visive




Napoleone I attraversa il Passo del San Bernardo, di David
Così come per l'architettura (che riprende le sembianze del tempio romano), anche nell'arredamento prevalgono i temi derivati dal passato. Al gusto dell'equilibrio e delle proporzioni si aggiunsero decorazioni con motivi greci, romani, egiziani ed inoltre colonne, fregi, pilastri.
Nella pittura, i principali artisti furono Jacques-Louis David e Jean Auguste Dominique Ingres. David, fin dal suo primo incontro con Napoleone, divenne un suo grande ammiratore e nel 1797, su commissione, iniziò a preparare degli studi per un suo ritratto. Le opere di David celebrarono i momenti più importanti della carriera politica di Bonaparte: Napoleone al passo del Gran San Bernardo (1800), L'incoronazione di Napoleone e Giuseppina (1805-1807) e Napoleone nel suo studio (1812) rivelano toni fortemente propagandistici, esaltando Napoleone come un eroe della patria (soggetto poi ripreso dalla corrente culturale in contrapposizione, il Romanticismo), tanto che, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo (1815), David fu costretto a rifugiarsi in Svizzera e in seguito a Bruxelles.
Ingres ebbe anche lui un ruolo fondamentale nell'arte di quegli anni: rispolverò l'arte del ritratto, che, dalla seconda metà del Settecento, divenne di dominio pubblico: tutti i nobili e i cittadini facoltosi infatti, se non possedevano un loro ritratto, venivano considerati "retrogradi", un po' come ai tempi di Luigi XVI. Tra le sue opere più celebri di quel periodo troviamo Napoleone sul trono imperiale e L'apoteosi di Omero.
Nella scultura è importante ricordare il nome di Antonio Canova, ritrattista ufficiale del Bonaparte: suo è il Monumento a Napoleone I, collocato a Milano presso la Pinacoteca di Brera e realizzato tra il 1807 ed il 1808. Canova ritrasse pure Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, seminuda, semisdraiata su un triclinio romano, con una mela in mano, nell'allegoria di "Venere vincitrice".

Matelica e le sue eccellenze a Borghi d’Europa



In tempi così difficili, la divulgazione di qualche notizia positiva giunge gradita.
I vini di Borgo Paglianetto e la pasta Castellino (Gruppo Ralò) sono stati scelti da una commissione giornalistica europea per rappresentare Matelica e le Marche all’incontro internazionale Borghi d’Europa, che si terrà dal 1 al 4 dicembre nella Bassa Padovana e nella Bassa Veronese.
La scelta, già comunicata alle Aziende, è il frutto del lavoro promosso dall’Associazione Internazionale Azione Borghi Europei del Gusto per mettere a confronto i progetti e le iniziative di informazione di oltre 10 Paesi e Regioni Europee e 10 Regioni Italiane.
Il meeting coinvolge giornalisti e comunicatori ; rappresentanti delle Istituzioni e Associazioni Locali ; uomini di cultura ; imprenditori dei diversi borghi invitati.
L’obiettivo è quello di ‘informare chi informa’ e continuare il prezioso lavoro di valorizzazione e disseminazione di conoscenze al di là dei banali slogan pubblicitari.
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Mombasiglio/2 : i percorsi del buon e bello vivere

giovedì 27 ottobre 2016

ALTO ADIGE, MILLE PARTECIPANTI AL TOUR “STORIE DI PICCOLI PRODUTTORI E GRANDI VINI”

Successo per gli appuntamenti di Milano e Roma, organizzati in collaborazione con le delegazioni AIS.
Il prossimo appuntamento con i banchi di assaggio del Consorzio è il 18 novembre a Bolzano con Top of Vini Alto Adige
Roma, 27 ottobre 2016 – Ha superato i 1.000 partecipanti il tour in due tappe “Alto Adige, storie di piccoli produttori e grandi vini” che ha presentato a stampa, operatori del settore, sommelier e appassionati di vino il meglio della viticoltura altoatesina. Il grande banco di assaggio ha spaziato dalla famiglia dei Pinot ai grandi vitigni internazionali, dal Gewürztraminer alla Schiava, dal Riesling al Lagrein, con 50 delle etichette più rappresentative del territorio.
Il tour, organizzato dal Consorzio Vini Alto Adige, ha fatto tappa in maggio a Milano e in ottobre a Roma, con la collaborazione rispettivamente della delegazione AIS Milano e di AIS Lazio e delegazione di Roma. Protagonisti dei due eventi, le persone che con i loro vini hanno portato l’offerta vinicola dell’Alto Adige ai vertici dell’eccellenza internazionale: i soci delle cantine, i piccoli vignaioli e le famiglie che con il loro impegno quotidiano coltivano quasi 5.400 ettari di superficie vitata.
Qui, la natura incontra in un connubio indissolubile l’uomo e il suo bagaglio di tradizioni in un territorio caratterizzato da condizioni pedoclimatiche e colturali uniche, da una grande varietà di terreni e dalla possibilità di coltivare ad altitudini che variano dai 200 ai 1.000 metri. Un patrimonio senza pari, valorizzato grazie alla dedizione e alla passione del lavoro nei vigneti e in cantina per dare vita a vini di grande carattere, forte equilibrio e qualità indiscussa.
“Nei banchi di assaggio di Milano e Roma abbiamo rappresentato a 360 gradi la grande ricchezza della viticoltura altoatesina – ha commentato Werner Waldboth, Direttore Marketing del Consorzio – Centinaia di appassionati ed esperti del settore hanno potuto avere una panoramica completa sulle nostre meravigliose terre, in bilico tra Alpi e Mediterraneo, in cui quello che è dentro al bicchiere si fonde con quello che sta fuori: i racconti, la storia e la dedizione dei produttori. Anche per il 2017 le prospettive sono molto favorevoli; l’ultima vendemmia si è conclusa positivamente e avremo una qualità molto alta sia per i bianchi che per i rossi”.
Il prossimo appuntamento con i vini dell’Alto Adige è per il 18 novembre con “Top of Vini Alto Adige”, il banco di degustazione in programma al teatro Comunale di Bolzano che metterà in scena i vini altoatesini che hanno ottenuto i massimi riconoscimenti dalle principali guide del settore.
Per ulteriori informazioni: www.vinialtoadige.com
Contatti stampa
Jessica Busoli e Luca Speroni
E. jessica.busoli@fruitecom.it / luca.speroni@fruitecom.it
T. 059-7863883 / 059-7863892

A Mangia come scrivi va in scena l'autoremake

Venerdì 4 novembre alla Tenuta Santa Teresa di Parma gli stessi protagonisti di dieci anni fa: gli chef Alda Zambernardi e Marco Negri, gli scrittori Andrea Villani, Matteo Bergamo e Marco Del Freo, il pittore Pol Testi
 

PARMA – Una grande storia italiana che dura, ininterrottamente, da dieci anniMangia come scrivi nasce, per gioco, nel novembre 2006 a Montechiarugolo (Parma) grazie alla lungimiranza degli chef dell'allora trattoria Il Cigno Nero (Alda Zambernardi e Marco Negri) e alla fantasia del loro primogenito, Gianluigi Negri, giornalista e creatore di eventi. Da allora, in 125 serate, la storica rassegna (che dal gennaio 2013 ha anche una sua stagione lombarda, al fianco di quella emiliana) ha messo a tavola oltre 360 scrittori italiani, 120 artisti e 8.000 commensali.

IL DECIMO COMPLEANNO 
Per celebrare degnamente il decimo compleanno, venerdì 4 novembre, alle 21, all'Antica Tenuta Santa Teresa di Parma andrà in scena l'autoremake "La prima volta non si scorda mai", con gli stessi protagonisti di dieci anni fa: il conduttore tv e scrittore Andrea Villani, lo scrittore Matteo Bergamo con il nuovo libro "Farfalle d’inverno" (accompagnato da una sua esposizione di tele per questa occasione), lo scrittore e coltivatore di peperoncini Marco Del Freo, il pittore Pol Testi, passato, nel frattempo, a dipingere mondi “vegetali” al posto dei suoi famosi mondi "animali".

L'EVENTO NELL'EVENTO E IL MENU
A firmare questa cena-evento saranno proprio gli chef Alda Zambernardi e Marco Negri (titolari del Ristorante Il Garibaldi di Cantù dal 2010 e vincitori del Festival della cazoeula nel 2014) che rientreranno nella loro città d'origine, Parma, per la prima volta dopo sei anni di assenza. In cucina lavoreranno insieme allo chef della Tenuta, Paolo Dall’Asta, e proporranno alcune loro specialità, tra le quali il tortino di cipolle ramate di Montoro e crescenza, un primo a sorpresa (che si affiancherà a quello "ufficiale"), il coniglio reale. Il dolce sarà firmato dall'artista pasticciere Alessandro Battistini (Pasticceria Battistini di Parma). E, come sempre, quattro saranno i vini selezionati da "Il Bere Alto" di Claudio Ricci. Per informazioni sul ricco menu e prenotazioni: 0521 462578.
Nel corso della serata, Gianluigi Negri annuncerà anche il programma del suo nuovo format nazionale dopo Mangiacinema, lanciato nel 2014: sabato 19 novembre, al Teatro Magnani di Fidenza, debutterà infatti la rassegna Mangiamusica, quattro serate a ingresso libero con ospiti imperdibili.

IL SUCCESSIVO MANGIA COME SCRIVI 
Sei giorni dopo la festa del decimo compleanno, Mangia come scrivi sarà nuovamente in Lombardia. Il protagonista assoluto della serata "Storie italiane", in programma giovedì 10 novembre al Ristorante Il Garibaldi di Cantù, sarà Marco Buticchi con il nuovo libro "Casa di mare - Una storia italiana"(Longanesi). 

RINALDI PARTECIPA AL MILANO WHISKY FESTIVAL 2016

Rinaldi espone la sua gamma di Whisky al “Milano Whisky Festival 2016”, in programma nel capoluogo lombardo nei giorni di sabato 5 e domenica 6 novembre 2016 (orari: sabato 14.00 – 24.00, domenica 14.00 – 21.00).

Ideato da Giuseppe Gervasio Dolci e da Andrea Giannone, e giunto quest’anno alla sua undicesima edizione, il “Milano Whisky Festival” si propone come l’unico evento in Italia in grado di riunire i più importanti distributori, le più rinomate distillerie e i principali collezionisti di Scotch Whisky.

L’edizione 2016 del “Milano Whisky Festival” annovera la presenza di oltre 2.000 etichette di Whisky, cui si aggiungono 500 etichette di Rum. Importante è il programma dei masterclass, che consentono ai visitatori di approfondire la conoscenza delle singole distillerie.

La location del “Milano Whisky Festival 2016” è ancora una volta il Marriott Hotel (Via Washington 66, Milano).

Rinaldi vanta uno dei più qualificati assortimenti italiani di Scotch Whisky di qualità (Glenfarclas, Douglas Laing linea Old Particular, Douglas Laing linea XOP, DL Regional Malts, DL Provenance, The Double), ai quali si aggiungono i Whiskey irlandesi artigianali di Teeling.    
 
Per informazioni: Fratelli Rinaldi Importatori (tel. 051 4217811, fax 051 242328, e-mail info@rinaldi.biz, www.rinaldi.biz).







Ottobre  2016.   

martedì 25 ottobre 2016

Comunicare nella Bassa Padovana : a Carceri e Saletto

Comunicare nella Bassa Padovana : il buon e bello vivere

FORMAGGIO DI FOSSA


In Sogliano al Rubicone, l’infossamento del formaggio tra l’estate ed il tardo autunno è una usanza antica, risalente al 1400 circa; l’umidità, la temperatura e la mancanza di ossigeno proprie delle fosse dove vengono stivati i formaggi, determinano in qualche mese una prodigiosa rifermentazione del prodotto.
Il formaggio estratto dalle fosse, si presenta così in forme cilindriche deformate del peso medio da 0.8 a 1 kg. Crosta e pasta sono indistinguibili, compatte e friabili; presenta un odore ed un sapore caratteristico e piccante. La materia prima deriva da caseifici aziendali sparsi sul territorio della provincia di Forli’-Cesena che trasformano il latte crudo, soprattutto di ovini ma anche misto vaccino, dei propri allevamenti ottenendo pecorini e caciotte selezionate.
Le fosse, per ricevere i formaggi, sono aperte il primo di agosto fino a fine settembre; prodotti quindi, che derivano dalla produzione casearia primaverile-estiva di miglior qualita’. La successiva maturazione, per un periodo di circa tre mesi, dentro alle caratteristiche fosse scavate nel tufo all’epoca medievale, dona così al formaggio quel caratteristico ed inconfondibile odore e sapore, grazie alle fermentazioni maturate in particolarissime condizioni ambientali.
Il formaggio di fossa contiene alte percentuali di grassi e proteine predigeriti, che ne fanno uno dei formaggi più digeribili.

Le fosse di Sogliano al Rubicone, vengono infine aperte a fine novembre, in occasione della grande sagra del Formaggio di Fossa.
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IL PANE IN ROMAGNA


In Romagna fin dalla prima infanzia il bimbo veniva educato a rispettare il pane. Non bisognava lasciare cadere per terra nemmeno una briciola perché dopo la morte ognuno tornava con un cesto sfondo a raccattarle una per una.Si raccomandava ai bambini di portarlo alla bocca con la mano destra, che è la mano dell'angelo, e non con la sinistra, che è la mano del diavolo!  La donna che apparecchiava la tavola non doveva mai dimenticare di mettervi il pane, perché avrebbe causato la morte del capofamiglia. La tiera del pane non doveva mai essere posata capovolta perché in tal modo avrebbe portato sfortuna.
La farina veniva conservata in una madia: la "matra", e la vigilia del giorno in cui si doveva fare il pane se ne toglieva la quantità occorrente che veniva ben setacciata. Nelle case dei benestanti invece del setaccio si usava il "buratto", un cassone con più vagli e una manovella che si teneva fra i mobili della cucina.
La farina poi si metteva in una apposita madietta, la "matrena", in mezzo a cui si scavava una piccola buca dove si metteva il lievito, "e furment", disciolto bene in in acqua tiepida e sale, poi veniva ricoperto, con la farina fino a farne un piccolo cumulo, sul quale la donna tracciava una croce dicendo: "Cress pan che Dì' ut e cmanda" ("cresci pane che Dio te lo comanda"). Lavoro questo che non poteva essere fatto da una donna con le mestruazioni perché in tal caso la pasta non sarebbe lievitata bene. La mattina dopo, di buon'ora, l'impasto veniva posto sul tagliere per essere ben dimenato e impastato. Se la famiglia era numerosa il pane doveva durare sette o otto giorni, allora per ben impastarlo occorreva la "gramola" che di solito veniva azionata da un uomo. Quando l'impasto era ben dimenato la donna procedeva alla confezione delle tiere, i "tirùn" e, a volte, anche di pagnottelle abbinate a somiglianza di due finocchi, dette per questo "fnuceli".
Aveva poi cura di trattenere un pezzo di impasto con cui formava una pagnottella rotonda su cui segnava una croce e che doveva servire da fondo per la prossima panificazione. Il pane così fatto doveva lievitare ed in caso di freddo intenso si poneva accanto al focolare, a volte addirittura nel letto tra le lenzuola riscaldate dal "prete".
Un tempo il raccolto del grano era assai scarso nelle campagne della Romagna: 8-15 q. per ettaro, forse per l'uso di sementi non selezionate o per l'aratura non profonda e la mancanza di una buona concimazione.

Nei primi anni di questo secolo il pane, specie in campagna, non era mai di farina ben setacciata, ma mista a "e runzol", il cruschello, e spesso si ricorreva perfino a farine di grano misto con quella di granoturco: la "farena d'amstura". A volte si confezionavano pagnotte con solo farina di granturco "la meca" o "e michin" che era considerato il pane dei poveri. Dice un proverbio: "o ad gran, o ad furmintòn, basta ch'a rimpesse e vantròn". Un tempo, specie nelle montagne, a volte le popolazioni erano costrette a mescolare la farina di grano con altre farine. Allora qualsiasi cereale, o frutto farinoso serviva a fare il pane: vecchi piselli, fave, ghiande, granoturco, sorgo, miglio, patate e... persino i tralci macinati della potatura delle viti.
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L’azdora: la regina della cucina e della Pasta in Romagna


Nelle famiglie contadine di una volta, l’azdora, solitamente la moglie del capo famiglia (azdor), era considerata la massaia, governante della casa. Nella tradizione romagnola, l’azdora era una donna instancabile che dedica la propria vita ai sacrifici della casa lavorando senza sosta. L’Azdòra in Romagna era considerata la reggitrice della famiglia contadina, si occupava dell’economia domestica a 360°. Il suo compito era di nutrire… in tutti i sensi… Sosteneva le spese di casa; senza imporsi direttamente, ma con grande determinazione, guidava (nell’ombra) l’Azdòre nelle scelte. Insegnava alle nuore come esser “brave Mogli e Madri” (dato che era tradizione per i figli maschi portare le mogli in casa). Insomma una donna che con amore e autorevolezza teneva la famiglia unita.
In Romagna l'Azdora, o meglio, le azdore sono un simbolo del territorio, unitamente alla piadina e i bagnini.  Solo che ormai, a differenza degli altri due, sono estinte. Questa figura quasi leggendaria si trova raramente e, quando la si incontra, riveste solitamente tutte le caratteristiche di un personaggio “felliniano”. I più anziani naturalmente le ricordano e le hanno viste all’opera, ma per i più giovani – e parlo già delle generazioni dei primi anni ’70 – sono perlopiù personaggi della memoria. Ma chi era l’azdora ? In realtà era la “reggitrice” della casa in particolare nelle famiglie contadine, di solito la moglie dell’azdor, del capo famiglia.E quindi l’azdora era anche la regina del focolare e della cucina. Detta così ha un sapore quasi fiabesco, ma le cose non stavano esattamente in questo modo.
La sua vita era segnata da enormi sacrifici – le famigliole non erano “corte” come ora, avere 7-8 persone da accudire era il minimo – e da rapporti interfamiliari a volte incestuosi, finalizzati però al “mantenimento del capitale” – la terra – più che a una morbosità deviata. L’azdora rimane un simbolo positivo di un’operosità instancabile e il cardine del tradizionale nucleo famigliare in Romagna. Passando al lato più squisitamente gastronomico, era lei cui andavano i meriti quando, seduti a tavola, le persone mangiavano di gusto i buoni piatti che preparava, complice “e su sciaddur” (il suo matterello). Anche perché in Romagna il “piatto” per eccellenza di tutta la proposta gastronomica è la pasta, naturalmente fatta a mano. Potevano anche non essere delle perfette “sfogline”, ma sicuramente sapevano “tirare” la sfoglia di svariate uova o quella “matta” - senza uova, la Romagna  è stata a lungo una terra dove la miseria era di casa - evitando che si rompesse e mantenendo la necessaria “rugosità” , che serve a trattenere meglio il condimento , deliziando i palati con le tipiche ricette della terra Romagnola. E’ quindi intuibile lo stretto legame che intercorre tra le azdore e le sfogline, legame che spesso si sovrappone confondendosi. Pasta si diceva, in un trinomio tutto romagnolo: azdore, sfogline e minestre (come si usa chiamare la pasta in Romagna).  In Romagna le Minestre e la Piadina sono il  segno di riconoscimento principale,  poiché nessun’altra regione, nelle paste fresche, ha la ricchezza di quelle della tradizione concentrata in Emilia e Romagna che, per la fantasia dei nomi e il numero dei formati, ha un indiscutibile primato.
Tortelli, cappelletti, ravioli, garganelli, passatelli, tagliatelle, tagliolini, strozzapreti, zuppe, gnocchi e gnocchetti, per citare i più famosi, ma tra le paste “dimenticate”, e oggi più difficili da reperire nelle osterie e ristoranti, sono assolutamente da citare i bigul (bigoli), i curzul (letteralmente lacci da scarpe, pasta quaresimale fatta di solo acqua e farina, ottimi con il sugo di scalogno), i giugétt (giogetti), gli ingannapoveretti, i malfattini, i maltagliati, gli orecchioni, i strichétt (nastrini) e gli scrichètt, i quadrelli, la spoja lorda (minestra “sporca” di raveggiolo, il formaggio che rimaneva dal ripieno dei cappelletti o dei tortelli), i sbrofabérba, i tajadlòtt (una delle minestre più povere del periodo estivo), i voltagabàna, i zavardòn (tra le più “miserabili”).
Se a tutte queste minestre aggiungiamo le varianti asciutta o in brodo e pensiamo alla vasta tipologia dei condimenti – in base anche alla stagionalità - potete comprendere il “patrimonio” che  non dovrebbe disperdersi. La memoria di un popolo rimane anche attraverso le sue espressioni enogastronomiche e di civiltà della tavola. Fortunatamente le numerose sagre che si tengono in Romagna svolgono questa funzione di tutela nella quasi totalità dei casi.”

Provate ora a immaginare una donna con i capelli raccolti in un fazzoletto mentre tira la pasta con il suo matterello. Risposta esatta! E’ proprio lei: la regina incontrastata della cucina. La cuoca che ci delizia ogni giorno con i suoi primi piatti.

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LA VALLE DEL RUBICONE E LA SUA STORIA


Era una notte di gennaio dell’anno 49 a.C. quando Giulio Cesare, vincitore contro i Galli, decise di  disubbidire alle leggi di Roma e di attraversare con il suo esercito il fiume Rubicone, dando così inizio all’impero romano. E da allora la frase Alea iacta est, che leggenda vuole pronunciata sulle sponde del fiume, è rimasta a segnare la linea di confine insuperabile, in tutte le occasioni.
Il ponte romano di Savignano sul Rubicone è l’inizio ideale di questo itinerario alla scoperta dei secoli di storia che convivono in questo territorio.
Nella vicina località del Compito, il Museo Archeologico Franchini custodisce importanti testimonianze del periodo romano, che vedeva il Compito come importante stazione di posta lungo la trafficata (già allora!) Via Emilia.
Proseguendo il nostro percorso nella storia, arriviamo al Medioevo e Longiano è sicuramente uno dei più degni rappresentanti di questa epoca. Il suo borgo fortificato, con ancora i bastioni e le tre porte di accesso, è un intrico di viuzze e piccole scalette che conducono alla sommità del colle: qui ci attende, imponente e solenne il Castello Malatestiano, posto a guardia della pianura sottostante e al tempo stesso elegante dimora signorile.
Un tuffo nei drammatici episodi della storia più recente ce lo regala la visita al Rifugio bellico sotterraneo, lungo tunnel che attraversa per intero il colle di Longiano, costruito durante la Seconda Guerra Mondiale per difendersi dagli attacchi aerei alleati.
Tornando al Medioevo e alle sue splendide testimonianze, non potevamo dimenticarci di Montiano e della sua rocca, anch’essa posta a guardia del confine tra i territori di Rimini e Cesena e trasformata alla fine del ‘500 in elegante residenza. Qui, come nella maggior parte dei paesi di questa Valle, regnarono i Malatesta, bellicosi feudatari che hanno lasciato un’impronta indelebile sia nei grandi che nei piccoli centri della Romagna.
A pochi chilometri sorge il Castello di Montenovo, antica fortificazione malatestiana, è oggi elegante ristorante dall’incredibile panorama.
Nelle immediate vicinanze, incontriamo Sorrivoli e Monteleone, appartenenti al Comune di Roncofreddo, che con i loro castelli ancora circondati da mura e ottimamente conservati, sono una tappa sicuramente esplicativa della storia dei Malatesta.
Dall’unione di tre castelli è nato Borghi, piccolo avamposto a guardia dei fiumi Rubicone e Uso e ancora cinto da robuste mura quattrocentesche. Ma la storia fa un passo indietro se andiamo a visitare il Museo Renzi, nella vicina frazione di San Giovanni in Galilea, allestito all’interno di ciò che rimane dell’antica Rocca Malatestiana.
Qui troveremo importanti testimonianze sia della Civiltà Villanoviana che di quella Romana, senza dimenticarci della più recente storia medievale.
L’ultima parte del nostro viaggio ci riporta ancora una volta al Medioevo e alla storia più recente. 
La ricerca delle tracce dei Malatesta non poteva non toccare il territorio di Roncofreddo.
Dopo gli irrinunciabili Sorrivoli e Monteleone, per chi vuole invece scoprire il volto di uno dei pochi Malatesta illuminati, sarà una vera e propria delizia visitare il Tempio Malatestiano di Montecodruzzo, al cui intero è conservato una pala d’altare raffigurante la Madonna, con Giacomo Malatesta e la sua famiglia. Il nobile Giacomo era marchese di Roncofreddo e signore di Montiano, oltre che feudatario di una buona parte della Valle del Rubicone: governante illuminato e mecenate sensibile, arricchì ed ampliò i suoi castelli e fu molto amato dai suoi sudditi.
A Roncofreddo capoluogo troviamo, invece, il primo museo dedicato al passaggio del fronte durante la Seconda Guerra Mondiale. Grazie alla passione di un privato cittadino, possiamo preservare la memoria di quei giorni, attraverso reperti e suppellettili, per lo più trovati nel territorio comunale.
Anche il Museo della Linea Christa, allestito nel piano seminterrato di Palazzo Marcosanti Ripa a Sogliano è il frutto dell’appassionata dedizione di privati cittadini, che hanno raccolto negli anni oggetti e testimonianze della guerra nella Valle del Rubicone.
Ma qui, per chi se la sente, si può rivivere la drammatica esperienza di un momento di storia: il museo, infatti, è completato dalla ricostruzione di un rifugio antiaereo, che, attraverso realistici effetti sonori, faranno capire al temerario visitatore l”emozione” di un bombardamento alleato in tempi di guerra.
Per finire questo lungo viaggio nella storia, non ci resta che tornare al punto di partenza: sulle sponde di quel Rubicone che tanto ha segnato i destini di questa terra. Nella vicina frazione di Strigara, dove ancora si trovano gli ultimi resti di una rocca malatestiana, possiamo andare alla ricerca delle sorgenti di questo storico fiume e concludere il nostro viaggio nel tempo con una facile e rilassante passeggiata nel verde.
«Io la giro, e le attizzo con le molle il fuoco sotto, finché stride invasa dal color mite e si rigonfia in bolle; e l'odor di pane empie la casa... ». Così Giovanni Pascoli elogiava la piadina, alimento antico quasi quanto l'uomo. E chi meglio del grande poeta, nato proprio in terra di Romagna, poteva decantarne le sue lodi? La piadina, ieri cibo dei poveri, oggi, apprezzata anche dai palati più raffinati, con il suo profumo di pane vi accompagnerà in ogni momento della vostra passeggiata, alla scoperta di una Romagna poco conosciuta, quella dei piccoli borghi delle Terre del Rubicone.
Sono lì, poco lontane dalla costa del divertimentificio della riviera. E si vogliono far conoscere e apprezzare. Raggiungere questa Romagna più silenziosa e sconosciuta, ricca di storia, di tradizioni culinarie e artigianali, da qualche settimana, è ancora più facile, grazie all'apertura di un nuovo casello autostradale molto particolare. Sull'A14 tra Cesena e Rimini Nord, nel tabellone verde che solitamente indica la città d'uscita, vi è una vera novità: la scritta "Valle del Rubicone". Non una destinazione comunale ma un distretto che comprende sei paesi: Borghi, Longiano, Montiano, Savignano e Sogliano sul Rubicone, Roncofreddo.
Le terre del Rubicone sono il posto giusto per poter staccare dai ritmi frenetici della città fatta di un paesaggio collinare punteggiato da borghi, rocche e pievi. Terre da scoprire e da vivere lentamente. Cominciando con il primo paese che si incontra ancora a valle, quasi rannicchiato, Savignano sul Rubicone, ricco di tradizioni storiche e culturali e ben noto in tutto il mondo, per la frase di Giulio Cesare che lo attraversò nel 49 a.C. pronunciando le parole famose "Alea iacta est", il dado è tratto, proclamandosi nemico di Roma. Qui vicino al ponte romano si trova una statua in bronzo del famoso condottiero, a rimarcare l'importanza del posto.
Ma è quando si comincia a salire, seguendo i percorsi tortuosi e lenti sulle colline, a volte dolci e a volte aspre, che si apprezzano meglio queste terre. E mentre il mare è lì all'orizzonte e a volte pare quasi toccarlo, il profumo della pié, pjida, pieda o pji, nelle varianti dialettali, della piadina, non vi abbandonerà mai. La si prepara in tutte le case. E sarà lì su ogni tavola ad aspettarvi fumante,  insieme al sangiovese, detto anche sangue di Giove, le cui viti sono coltivate fra le colline fatte di tufo e argilla. Le distese di vigneti che danno poi vita a questo vino dal colore rosso rubino che "t'aiuta a gettar via tutte le malinconie", vengono interrotte dagli olivi secolari della varietà del correggiolo, il leccino e il selvatico.
Continuando la scoperta, ammaliati dai colori di una natura meravigliosa, come quella del comune di Montiano, definito il colle più bello della Romagna, si arriva a Longiano. Il paese spicca sulla cima di una roccia coronata da un'imponente fortezza, il castello Malatestiano che domina, con l'eleganza della sua mole, su tutto il borgo. Dalla sua torre civica, lascia senza fiato la vista sulla via Emilia e sulla vicina riviera adriatica. Affascinante e integro il piccolo centro, racchiuso da una cinta muraria entro la quale si accede da tre diverse porte. In questo piccolo paese si trovano un centro culturale, la Fondazione Tito Balestra, che ha sede nel castello, diversi musei, per fare il pieno di storia (museo d'Arte Sacra, Museo della Ghisa, Museo del Territorio, Galleria delle Maschere)  e un ottocentesco teatro, una vera chicca, il Petrella che ha visto nei suoi anni di vita (inaugurato nel 1870) scalare la scena dei maggiori artisti nazionali e che, ancora oggi, è palcoscenico di una ricca programmazione.
Per continuare il percorso culturale, fate un salto al Museo Renzi che si trova in una piccolissima frazione del comune di Borghi, a San Giovanni in Galilea. Nella Rocca, dove ha sede il museo, sono esposti numerosi materiali naturalistici, archeologici e artistici del territorio e poco lontano dal borgo vi è un parco archeologico con i resti dell'antica pieve bizantina risalente al VI sec. d.C. Poco più avanti vi aspetta il territorio di Roncofreddo. Degli otto castelli che un tempo punteggiavano il suo paesaggio, oggi ne sono rimasti  pochi. Fra questi Monteleone, abbarbicato su una delle lievi colline. Continuando, un rosario di curve e saliscendi ci porta a Sogliano sul Rubicone. Qui il profumo della piadina sarà rimpiazzato da nuove fragranze che provengono dalla terra, o meglio da fosse di roccia arenaria che una volta aperte restituiscono uno tra i prodotti più sorprendenti della tradizione italiana, il formaggio di fossa. A lui è dedicata  la sagra più attesa dell'anno. L'appuntamento con l'evento goloso che richiama estimatori da ogni parte d'Italia è per domenica due dicembre.
Nella piccola frazione di Sogliano, a Montetiffi, si rimane ammaliati dal fascino dell'abbazia benedettina, fra i monumenti romanici più importanti dell'Emilia Romagna per antichità e bellezza. Una curiosità? Il suo campanile si staglia verso il cielo per ben 21 metri. Ma Montetiffi è soprattutto il paese dei tegliai. E lo sapeva bene anche il Pascoli: «fosse pur là dove è maestra gente in far teglie sotto cui bel bello scoppietti il pungitopo e la ginestra, a Montetiffi». Cosa sono? Piatti di argilla, che secondo una tradizione plurisecolare, servono per la cottura della piadina. Vengono prodotte ancora a mano da Rossella e Maurizio, usando un impasto di argille della zona e cotte nel forno a legna. È tutto qui il segreto delle terre del Rubicone. Nella semplicità. Proprio come la piadina: semplice quanto buona, fatta di un morbido impasto di farina, acqua, strutto, sale e un pizzico di bicarbonato, spianata col matterello e cucinata appunto in queste teglie di argilla.
10 gennaio, 49 a.C. Giulio Cesare, di ritorno dalla Gallia, a capo di un esercito di 50.000 uomini, si ferma sul Rubicone: al di là del fiume inizia il territorio dello stato romano. Esita un momento, poi decide di varcarlo: “Alea iacta est”, il dado è tratto. La ribellione contro Roma ha inizio. Qualcuno, nei pressi di Savignano sul Rubicone, giura di aver trovato proprio quel dado: chissà che Cesare, oltre alle parole, non abbia sancito il passaggio anche con un lancio. Certamente, quale che sia la verità, nel territorio le testimonianze storiche non mancano. La valle del Rubicone, in provincia di Forlì-Cesena, si trova nel Sud della Romagna, a metà strada tra Cesena e Rimini. Dal mare verso i rilievi appenninici, si estende in un paesaggio ondulato di colline, calanchi, vigneti e corsi d’acqua. LA ROMAGNA SOLATIA DI GIOVANNI PASCOLI. Si parte un paio di chilometri prima di Savignano, direzione mare, da San Mauro Pascoli, luogo natale del poeta: “Il paese ove, andando, ci accompagna l'azzurra vision di San Marino”. E’ l’orizzonte che si apre da Villa Torlonia, tenuta al limite esterno del paese, parte dei possedimenti rurali dell’omonima famiglia, amministrati un tempo dal padre di Giovanni Pascoli. Qui, il 10 agosto 1867, Giovanni, bambino, vide arrivare la “cavallina storna” che riportava a casa il corpo del padre assassinato. La famiglia dovette così fare ritorno alla propria casa, nel centro del paese, oggi visitabile (per informazioni, link in basso).
Attraversando la via Emilia, oltrepassato il centro abitato di Savignano, si raggiunge il paese di Longiano, sulle prime alture, uno dei borghi più belli e panoramici del territorio. Il miglior punto di osservazione è il Castello malatestiano, sulla cima del colle. L’interno è sede della Fondazione Tito Balestra, collezione di arte moderna e contemporanea del poeta e scrittore longianese: oltre duemila opere del Novecento, la più consistente della regione. Mafai, De Pisis, Guttuso, Morandi, Chagall, Goya, Kokoschka e Matisse, solo alcuni degli artisti presenti (per informazioni, link in basso). Passeggiando per le vie del paese s’incontrano chiese e musei. Interessante il Museo della Ghisa, con duecento manufatti prodotti tra Ottocento e Novecento: lampioni, fontane, panchine o balaustre decorate esposti in diversi e suggestivi spazi. Da non perdere il Teatro Petrella, piccola sala ottocentesca che offre anche un ricco cartellone di musica e spettacoli (per informazioni, link in basso).
Risalendo la vallata si incrociano i piccoli borghi di Monteleone e Sorrivoli, sedi di imponenti rocche malatestiane fortificate, perfettamente conservate. Alcuni studiosi riconoscono nel torrente Pisciatello o Urgone, che scorre tra i due paesini, l’antico Rubicone, ma la diatriba è ancora aperta: diversi paesi rivendicano la paternità del fiume che per cause naturali e artificiali cambiò il suo corso più volte negli anni. Le sorgenti hanno origine a Strigara, frazione di Sogliano al Rubicone. Giunti qui, tornano ancora le parole di Giovanni Pascoli, legato a questo “piccolo grandemente amato paese di Romagna”, del quale divenne cittadino onorario. Per le strade di Sogliano il poeta passeggiava con le sorelle Ida e Maria, educande al Monastero delle suore, e da questi luoghi trasse ispirazione per diverse liriche. DOMINARE LA VALLE. Da Sogliano, deviando verso il fiume Uso, si raggiunge San Giovanni in Galilea, frazione del comune di Borghi. Arroccato su una cima aguzza, gode di una posizione strategica: da qui la vista spazia sull’intera vallata e per molti chilometri lungo il litorale adriatico. Ancora visibili i resti del castello e delle mura quattrocentesche. Una sosta merita anche il Museo Renzi, dove sono esposti reperti dalla paleontologia all’età moderna, con particolare attenzione alla civiltà villanoviana e all’epoca romana.

Proseguendo lungo il fiume Uso, ci si imbatte in borghi quasi abbandonati come Pietra dell’Uso e, poco più in alto, Montetiffi. Da visitare l’antica Abbazia Benedettina di San Leonardo, chiesa romanica dell’XI secolo. Prendendo la via della Rupe, un sentiero scavato nella roccia, si scende fino a un torrente del fiume Uso dove i ciottoli e l’acqua hanno scavato ampie cavità, le Marmitte dei giganti. Lungo il percorso s’incontrano il Ponte Romanico, di epoca medievale, e i resti dell’antico Molino Tornani, costruito in arenaria locale. Montetiffi è noto anche per la produzione di teglie in argilla per cuocere la piadina, una tradizione risalente al 1500. Un oggetto unico, che oggi si può trovare solo qui, nel laboratorio della famiglia Camilletti, ultimo ancora attivo.

sabato 22 ottobre 2016

Mombasiglio : gli itinerari del buon e bello vivere

Vignepiane a Borghi d’Europa


Nel nostro personalissimo viaggio del gusto, il percorso della Livenza aveva rappresentato una scoperta continua di opportunità, persone e prodotti.
L’incontro-intervista presso l’azienda agricola Vignepiane (Motta di Livenza) ; la partecipazione di Morena e dei suoi vini (commentati dal collega giornalista Fabio Guerra), in occasione dello stage di informazione internazionale all’Osteria il Cortivo a Borgo Malanotte ; la visita di Annalisa Banchieri e Brigitta Reichl ( Associazione Culturale Italia-Austria) all’azienda Vignepiane nel giorno degli ospiti austriaci. Tre ‘gemme’ (fra le altre), che la rete dei borghi europei del gusto ha
saputo interpretare, dando voce ad una realtà produttiva singolare, interamente votata alla ricerca dell’eccellenza.
Di questo ci siamo ricordati quando abbiamo iniziato a stendere gli inviti per la rassegna informativa Borghi d’Europa, che si terrà dall’1 al 4 dicembre nella Bassa Padovana e nella Bassa
Veronese, con una importante ‘coda’ sui temi dei borghi d’acqua, proprio lungo il percorso della Piave e della Livenza.
Vignepiane interverrà alla rassegna per rappresentare una cultura, una storia, un territorio. Anzi ‘le’ culture, ‘le’storie, ‘i ‘territori. Il plurale di un impegno unico.
“Il vino è la poesia della terra” …è dalla passione e l’amore per la terra e i suoi frutti, tramandata da tre generazioni, che nasce nel territorio di Villanova di Motta di Livenza l’Azienda Agricola Vignepiane Daniel, nata da un’intuizione di Orazio Daniel assieme al fratello Armando nel lontano 1975. Purtroppo Orazio non potè vedere realizzato il suo sogno, ma attraverso l’impegno del fratello Armando e del figlio Ugo… il sogno si è avverato e oggi può continuare…
Dedizione e sacrificio per un lavoro lungo e faticoso ma ricompensato dalla soddisfazione di vederlo riconosciuto ogni anno sia alle numerose manifestazioni e mostre locali con premi e riconoscimenti, ma soprattutto dai molti clienti che continuamente premiano l’azienda con la loro fiducia.

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Paola,Borgo del Gusto

Il Cenacolo Terre di Calabria dell'Associazione l'Altratavola opera da anni , proponendo le eccellenze regionali nel corso della diverse iniziative di informazione della rete dei borghi europei del gusto.
Sotto la supervisione di Palato Anarchico, in un'ottica nazionale, la Calabria ha così potuto usufruire
di spazi e occasioni informative ben oltre i confini locali.

 Paola,Borgo del Gusto

Paola Comune della prov. di Cosenza (42,5 km2 con 16.995 ab. nel 2008). Sorge a 94 m s.l.m., sopra un terrazzamento costiero del fianco ovest della catena da essa chiamata Paolana. Importante nodo ferroviario e stradale, è un attivo centro commerciale (ortofrutticoli, cereali, vini ecc.) e peschereccio con industrie del pesce conservato (acciughe). Notevole il movimento turistico-religioso, che ha come meta il santuario di santo-francesco/">S. Francesco di Paola.
Di antica ma incerta origine (sorse sul luogo, forse, di una colonia greca), appartenne in feudo ai Ruffo e, successivamente, passò per matrimonio agli Sforza (1418) e a Marino Marzano. Quest’ultimo, per aver partecipato alla rivolta dei baroni (1485-86), ne fu privato da re Ferdinando I, che temporaneamente incorporò la città alla Corona; ma sul finire del secolo P. fu acquistata dagli Spinelli marchesi di Fuscaldo. La città è celebre per il santuario di S. Francesco di P. eretto nel luogo dove si trovava una cappella fondata dal santo nel 1435: la basilica (rimaneggiata in epoca rinascimentale e barocca) e il convento conservano numerose opere d’arte.
La Catena Paolana, parte nord-occidentale del rilievo arcaico della Calabria, ha inizio a N dal Passo dello Scalone (740 m) e ha un asse diretto per circa due terzi da NO a SE, poi verso S, con una lunghezza complessiva di circa 80 km. Le massime altitudini sono Cozzo Cervello (1389 m) e M. Cocuzzo (1541 m). (da Treccani)

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Cesena, Percorsi del Gusto

A Cesena opera da anni il Cenacolo Terre di Romagna, che ha sviluppato molte iniziative di informazione a livello nazionale ed internazionale, per far conoscere le eccellenze del territorio ben
oltre i confini locali.
In occasione della rassegna Borghi d'Europa due sono le unità tematiche scelte : i Percorsi della Fede
(l'Abbazia di Santa Maria del Monte) e il Patrimonio delle Terre del Gusto ( con la realizzazione di un itinerario in parte inedito e sorprendente ).
Con la regia di Palato Anarchico, giornalista e blogger (al secolo Giuseppe Gaspari), verrà presentata
anche la Valle del Rubicone, confermando il 'gusto' per gli inediti  del buon e bello vivere.
prova

La Romagna agli incontri internazionali di Borghi d'Europa

Il Cenacolo Terre di Romagna dell'Associazione l'Altratavola sta preparando visite gustose da realizzare a Cesena, per dar vita ad un percorso tra le aziende e gli imprenditori da suggerire alla rete dei borghi europei del gusto, protagonista della rassegna informativa internazionale Borghi d'Europa che si terrà dal 1 al 4 dicembre nella Bassa Padovana e nella Bassa Veronese. A Cesena una chiamata sicura è per Giacomo Donini che, assieme alla sorella Giovanna, porta avanti con creatività e un pizzico di follia “Donini per la Gola”, ristorante con memoria dell'antica attività di famiglia, la macelleria, nella centralissima Corte Dandini.
Sempre nella Corte Dandini è attesa un'altra chiamata, questa volta per RediPane, il primo Bakery Cafè in Italia, spazio in cui convivono modernità e tradizione, design e antiche ricette. Anche in questo caso la riscoperta di profumi e sapori antichi è il punto di forza, per un luogo in cui incontrarsi per un caffè o per una pausa pranzo tra gli aromi del pane, della pasticceria, e di tutti quei prodotti che, appena sfornati, invadono lo spazio con profumi avvolgenti ed evocativi.



La Romagna agli incontri internazionali di Borghi d'Europa



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Matelica, uno dei Borghi più Belli d'Italia, è il cuore delle Marche!


L’origine del nome Matelica è oscura e si perde nelle nebbie del tempo; in tutto il mondo non esiste nessun altro luogo o città con questo nome e rarissimi sono i nomi che terminano con la stessa desinenza. Il nome potrebbe essere di origine celtica e significare paese dei prati, dal celtico matten, prato. Ancora più azzardata è una supposta origine greca, essendo i greci stabilitisi nella vicina Ancona; dal greco matesis, studio, oppure, con più cognizione metelis, luogo di delizie.
Se si considera l’antico nome dialettale Matelga, allora potrebbe essere interessante la parola teleg, che in molte lingue antichissime, come quelle semitiche, significa neve, e dunque luogo coperto di neve. Si potrebbe far risalire l’origine al latino, alla forma Mater Liquoris, madre delle acque, anche se nessun fiume nasce nel suo territorio, e soprattutto Plinio il Vecchio chiama la città Matilica Matilicatis, e dunque il nome le era già stato assegnato.
Dopo i recenti studi promossi dalla Soprintendenza Archeologica delle Marche, si è potuto ricostruire alcuni aspetti dell'origine picena di Matelica. Sappiamo con certezza che, nel comprensorio della città, le prime tracce d’insediamento umano risalgono alla preistoria. Soltanto nell’età del ferro, VIII secolo a.c., si hanno notizie più precise, in questo periodo si sviluppa anche la civiltà picena, ma un centro abitato con caratteristiche di tipo urbano non si è ancora sviluppato. La città vera e propria sorge soltanto con la nascita del Municipium, I secolo d.c. La città occupava allora, quasi per intero, la superficie dell’attuale centro storico.
Non conosciamo molto dell’epoca medioevale. Uno dei più importanti storici matelicesi, Camillo Acquacotta, è riuscito a ricostruire alcuni episodi che vanno dalla guerra gotica alla nascita del Comune. Il Comune s’affermò intorno al 1150, quando i matelicesi riuscirono ad affrancarsi dal Conte Ottone, l’antico feudatario di nomina imperiale. Nel 1394 gli Ottoni ripresero il potere, ottenendo dal pontefice il vicariato sulla città e lo manterranno fino al 1578. La Signoria modificò radicalmente l’urbanistica della città: furono realizzati magnifici edifici rinascimentali e furono favorite le attività industriali: nel 1500 erano presenti più di centododici lanifici. Nel 1640 gli Ottoni non ottennero più il vicariato e Matelica tornò al diretto dominio pontificio e fu governata da un Governatore di nomina papale.
Il centro continuò ad arricchirsi di nuovi e più grandi edifici religiosi e civili. Con l’annessione al Regno d’Italia, la latente crisi economica si manifestò apertamente. L’industria dei panni lana si dissolse quasi completamente; restarono attive alcune piccole concerie. Soltanto nel secolo appena concluso l’economia è ritornata ad espandersi. Nell’immediato dopoguerra sono stati aperti nuovi opifici industriali e qualche anno dopo, grazie anche alla presenza di Enrico Mattei, sono nate importanti industrie di confezioni e calzaturiere. Di questa nuova ricchezza ne ha giovato anche l’agricoltura che si è specializzata nella viticoltura e nell’allevamento.

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Pontecorvo (Fs), Borgo del Gusto

Pontecorvo è un comune italiano di 13 259 abitanti della provincia di Frosinone nel Lazio.

Tracce nella preistoria

I primi insediamenti umani risalgono al Neolitico: in località Vetrine sono state trovate amigdale e strumenti in osso. Probabilmente le grotte sulle colline furono il rifugio per queste prime popolazioni. Sono stati trovati reperti anche dell'Età del bronzo e del ferro.

Storia

Pontecorvo e Fregellae

Nonostante le opinioni contrarie di alcuni storici moderni, Pontecorvo deve considerarsi l'antica e potente colonia romana di Fregellae, definitivamente rasa al suolo dagli stessi romani nel 125 a.C..
Non è certamente un caso che la città di Pontecorvo rechi sui vessilli e sugli stemmi cittadini l'acronimo S.P.Q.F., ossia Senatus Popolusque Fregellanus.
La contesa con Ceprano ed Arce sull'ubicazione di Fregellae nasce da alcuni ritrovamenti archeologici, che, in realtà, costituiscono le rovine di un pagus edificato, nei pressi del lago di San Giovanni Incarico, da una parte dei fuggitivi fregellani che si spinsero verso nord dopo la distruzione punitiva della città per mano di Roma, mentre la maggior parte della popolazione fregellana trovò rifiugio più a sud, spostandosi dalla riva destra a quella sinistra del fiume, su uno sperone roccioso in posizione dominante rispetto al Liri. Da tale nuovo insediamento avrebbe preso vita la futura città di Pons Curvus, il cui nucleo si originò proprio attorno all'altura rocciosa sulla quale furono eretti prima un tempio dedicato a divinità pagane, in particolare Cerere, e successivamente, con Rodoaldo, una torre di guardia, oggi ancora esistente in funzione di torre campanaria della cattedrale.
A generare ulteriore confusione sulla corrispondenza tra Pontecorvo e Fregellae ha contribuito il fatto che questa, al suo tempo, dominava un territorio molto più vasto rispetto a quello identificabile con gli attuali confini amministrativi di Pontecorvo, fino a comprendere il territorio al confine tra Ceprano, Isoletta d'Arce e San Giovanni Incarico in cui sono stati rinvenuti i suddetti reperti, area, peraltro, distante appena quattro chilometri dall'area pontecorvese storicamente tramandata come luogo in cui sorgeva Fregellae.
Basti pensare che fino al 1053 Pontecorvo comprendeva anche il comune di San Giovanni Incarico con il suo intero territorio; "... dopo il 1053 ... il paese venne scisso da Pontecorvo, che precedentemente lo comprendeva come risulta da una scrittura antica conservata presso il Monastero di Montecassino" Castri S. Joannis territoris Pontis Curvi" (dal sito istituzionale del comune di San Giovanni Incarico).
Pertanto, anche a voler ammettere che il sito degli scavi sopra citati sia quello di Fregellae, emerge con chiarezza il motivo per il quale Pontecorvo, in ogni caso, debba considerarsi e sia sempre stata considerata (ed essa stessa giustamente si considera) come città legittimata a raccogliere l'eredità storica e culturale della celebre colonia romana.
L'opinione degli storici più antichi (Volterrano e Sigonio) era unanime nell'indicare Pontecorvo quale città nata dalle rovine dell'antica Fregellae, opinione a sua volta basata sugli scritti degli storici coevi Livio e Strabone.
L'erudito e storico spagnolo Antonio de Lebrija (Antonius Lebrisensis), nel suo Dictionarium quadruplex del 1512 definisce "Fregellae vetus Italiae urbs olim florentissima. Vulgo Ponte Corvo".
Pietro Nores, il famoso storico che nel 1590 riportò in forma epistolare i fatti bellici avvenuti tra lo stato pontificio di papa Paolo IV e la Spagna di Filippo II, riferendosi all'avanzata degli spagnoli nel Lazio meridionale condotti dal duca d'Alva, scrisse: "Con questo esercito spingendosi il Duca avanti, prese Ponte Corvo, or picciol luogo sul Garigliano, anticamente detto Fregellae, celebre per aver ritardato il corso del campo d'Annibale, rompendo i ponti circonvicini".
Così ancora nell’Introduzione alla geografia antica e moderna delle provincie delle Due Sicilie di Vito Buonsanto (1819) "Volsci - Fregellae; Piuttosto Pontecorvo che Ceprano".
Biagio Soria in Cosmografia istorica, astronomica e fisica pubblicato nel 1827, scrive "Pontecorvo (Fregellae, Pons Curvus) ebbe origine nell'anno 870 o 872, vale a dire dopo la distruzione dell'antica Aquino".
Dal Costume antico e moderno di tutti i popoli antichi del 1832 dello storico Giulio Ferrari: "Più vasto [rispetto a quello degli Ernici] era il paese de' Volsci, i quali furono un tempo terribili a Roma istessa; essi possedevano (...) Fregellae, oggi Pontecorvo..."
Nel Dizionario Corografico Dell'Italia del 1869 dell'Amati si legge: "Pontecorvo (Fregellae)... Quasi unanime è l'opinione degli storici nell'additare i dintorni di Pontecorvo quale domicilio della celebre colonia romana di Fregellae; a sostegno di tale opinione si invocano i libri di Strabone commentati dal Volterrano e dal Sigonio; è indarno quindi che Ceprano tenta di disputare il medesimo vanto. Infatti, sulla sponda sinistra del Garigliano, poco lungo dal descritto 'ponte curvo' nella località chiamata presentemente 'Murecene', appariscono le rovine di questa città vetusta, le quali si prolungano fino alla contrada urbana di Santa Lucia, e quantunque sieno interrate e vi abbia passato sopra l'opera consuntrice di ventidue secoli, accennano ad una vasta città, quale è registrata nella storia, e capace di oltre ottantamila abitanti."
Nei documenti ufficiali dello Stato pontificio, di cui Pontecorvo era una exclave all'interno del Regno della Due Sicilie, la città è indicata costantemente come l'antica Fregellae o quale città sorta dalle rovine di essa. Nel 1725 la bolla papale di Benedetto XIII, che eresse Pontecorvo a diocesi, dice: "quippe quod ex ruinis veterum Fregellarum, clarae olim in Latio Urbis, fuisse conditum".
Secondo la storiografia antica, la parte urbana dell'antica città si estendeva lungo il fiume Liri in prossimità della attuale contrada Santa Lucia, mentre la vicina fortezza, denominata Arx Tutica Fregellana, sorgeva sul Monte Leucio, quale avamposto militare in posizione particolarmente privilegiata perché centrale rispetto alla pianura circostante e quindi in grado di garantire una difesa ed un controllo a vista di tutto l’ager fregellanus.
Come si è detto, solo in tempi recenti, si è ritenuto di spostare l'ubicazione di Fregellae rispetto a quanto tramandato dalla storiografia antica per via degli scavi archeologici che hanno portato alla luce alcuni reperti di epoca romana nel territorio al confine tra Arce e Ceprano, a poche centinaia di metri dall'altro confine di San Giovanni Incarico a ridosso dell'omonimo lago. Tuttavia, l'irrisoria estensione dell'area urbana riportata alla luce non riesce obiettivamente a dare ragione di una città imponente come Fregellae, che si tramanda essere stata estesa per circa 90 ettari.
Deve ribadirsi che i reperti portati alla luce ed aventi un legame con Fregellae, sono con ogni probabilità quelli del cosiddetto Diversorium Fregellanum descritto dal Cluverio, un tempo esistente proprio nei pressi Ceprano, quale.vico di modeste dimensioni costituito da una più piccola parte dei fregellani scampati alla definitiva distruzione di Fregellae, mentre altro ulteriore nucleo si rifugiò a Fabrateria Nova (San Giovanni Incarico e Falvaterra). A riprova di ciò, si segnala che di tale Diversorio resta ancora traccia in tempi relativamente moderni, quale luogo di sosta e scalo sulla via Latina, da cui, presumibilmente, andò prendendo vita l'attività di dogana e di pedaggio esercitata per diversi secoli in quegli stessi luoghi, i quali, però, non rappresentano il sito dell'antica Fregellae, ma solo lo sviluppo di un pagus successivo.
Le fonti storiche che si pretendono dare conferma della ubicazione di Fregellae in corrispondenza degli scavi non appaiono affatto decisive; e ciò deve dirsi, invero, anche per quanto concerne la ritenuta fondazione sul lato sinistro del fiume Liri. Infatti, il lato sinistro del Liri viene individuato solo in via deduttiva, soltanto, cioè, argomentando dal fatto che il Liri doveva segnare il confine tra il territorio dei Sanniti, a sud, e quello dei Romani, a nord, e che, per tale ragione, tutto ciò che i Romani avessero edificato sulla sponda sinistra di esso, sul territorio dei Sanniti, sarebbe stata considerata da questi ultimi come una provocazione, che avrebbe giustificato la reazione che poi si sarebbe avverata.
Ma tale ragionamento non appare convincente e, anzi, risulta in contrasto con dati storici.
In particolare, lo storico romano Tito Livio, spesso citato al riguardo, non dice (Ab urbe condita VIII, 22) che Fregellae sorgeva sulla riva sinistra del Liri (lato in cui si sono rinvenuti i reperti in questione), ma semplicemente che "... nulla re belli domive insignis P. Plautio Proculo P. Cornelio Scapula consulibus, praeterquam quod Fregellas ... colonia deducta", ossia (letteralmente): "nessun evento di guerra o di patria importante, Plauzio Proculo e Cornelio Scapula consoli, oltre il fatto che Fregellae fu dedotta colonia".
Non esistono dati testuali in ordine all'ubicazione di Fregellae sulla sinistra del Liri e, d'altra parte, la provocazione verso i Sanniti (o l'insofferenza di questi ultimi) per la presenza di una colonia romana si sarebbe avuta in ogni caso ponendo la colonia a confine del loro territorio, indipendentemente se fosse stata posta a destra o a sinistra del Liri.
Come si è detto, non solo non esistono fonti storiche che confermino il lato sinistro del Liri quale sponda di Fregellae, ma, anzi, a giudicare dalle fonti e dalla tradizione tramandata, tutto lascia presumere che essa si trovasse sulla sponda destra, non sinistra. Ciò si argomenta dalla narrazione dello stesso Livio, che descrive il passaggio di Annibale nell'agro fregellano e la nota distruzione dei ponti sul Liri da parte fregellani, i quali tentarono in tal modo di impedire l'ingresso delle truppe puniche nella città e la successiva marcia verso Roma. Da Livio si apprende che Annibale si diresse verso Fregellae proveniente da Interamna Lirenas e Aquinum, le quali erano, come ancora sono, sulla sinistra del Liri.
Appare perciò evidente che, se i fregellani distrussero i propri ponti per impedire l'ingresso di truppe che muovevano da meridione (ossia dal lato sinistro del Liri), la città doveva trovarsi sul lato opposto e quindi sul lato destro del fiume.
La predetta circostanza resta confermata da testimonianze dirette, che, ancora alla fine del 1800, attestavano la frattura del primo arco dal lato sinistro del ponte. Ricorda Tommaso Sdoja, riprendendo Pietro Coccarelli che "Sino al 1860, epoca in cui il detto ponte fu di nuovo rotto, si vedeva un'altra rottura esistente da quella parte di strada per cui Annibale veniva. Infatti, quell'arco già rotto e poi rifatto, aveva un'architettura diversa da quella degli altri dieci..." (La medioevale Pontecorvo).
Un'ulteriore conferma si rinviene nella cronaca conservata nell'archivio di Castel Sant'Angelo per ordine del Pontefice Paolo V Borghese, dalla quale si apprende che i superstiti fregellani si rifugiarano più a meridione, sulla riva sinistra oltrepassando il ponte e quindi, come si è già ribadito, spostandosi, dopo la distruzione della città, dalla riva destra a quella sinistra, cosicché è ragionevole affermare che, anche per tale motivo, i reperti rinvenuti al confine tra Arce e Ceprano, a sinistra del fiume, non possono essere quelli dell'antica colonia romana, ma solo il Diversorium Fregellanum, fondato da quella minor parte dei fregellani che si rifugiarono verso settentrione.
Il nome di Pons Curvus, legato alla forma curva del ponte, sebbene già registrato da qualche documento intorno all'anno 870, sopravvenne in maniera definitiva a quello di Fregellae con la giurisdizione abbaziale di Montecassino intorno all'anno 1100, quando l'abate Oderisio II fece scolpire sulle porte bronzee della basilica di Montecassino Civitas Pontis Curvi cum pertinentiis suis nell'elenco dei possedimenti dell'abazia.
In concomitanza della nuova denominazione di Pons Curvus, successivamente corrotta dall'idioma popolare in Pontecorvo, iniziò a comparire la menzionata espressione Senatus Popolunque Fregellanus, proprio a memoria dell'antica origine della città e dei cittadini.

Il feudo papale

Nel 1105 i monaci di Montecassino comprarono la città e la mantennero, ma non stabilmente, per circa quattrocento anni: in questo periodo infatti fu conquistata e retta per alcuni anni da Ruggero II, divenne feudo papale, fu saccheggiata e distrutta da Carlo I d'Angiò; durante lo Scisma d'Occidente Pontecorvo si schierò con l'antipapa Clemente VII in opposizione al potere di Montecassino.
Nel 1190 fu tra le prime comunità ad ottenere uno statuto, segno di un nuovo corso storico nei rapporti tra il signore e i cittadini.
Tra il 1422 ed il 1463, fece parte dei domini papali, poi angioini, poi aragonesi.
Pontecorvo dal 1463 al 1860 divenne di fatto per secoli un'enclave nel Regno di Napoli dello Stato Pontificio, a parte la parentesi che la vide come un principato napoleonico. Tale principato fu creato inizialmente per il generale Jean-Baptiste Jules Bernadotte, che lo governò dal 1806 al 1810; come conseguenza di quest'ultimo fatto l'emblema della Casata di Bernadotte, l'attuale casata reale di Svezia, include lo stemma di principi di Pontecorvo. Il principato fu retto dal 1812 al 1815 da Luciano Murat, figlio di Gioacchino Murat, per tornare allo Stato della Chiesa.

L'annessione al Regno d'Italia

Durante la risalita dei Mille di Garibaldi, prima che arrivassero a Napoli, i pontecorvesi organizzarono una rivolta contro il potere papale, proclamandosi parte del Regno d'Italia il 2 settembre 1860. Venne però occupata dalle truppe borboniche poche settimane dopo, ma conquistata poi dai soldati di Vittorio Emanuele II di Savoia il 7 dicembre. Il 12 dicembre vennero fucilati tre filo-borbonici protagonisti di un tentativo di restaurazione.

La seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale porta morte e distruzione: il primo novembre del 1943 Pontecorvo fu bombardata, morirono molti cittadini, la città rasa al suolo. Il ponte fu l'obiettivo di vari raid, ma non subì alla fine gravi danni. Quando gli alleati passarono la linea Gustav, i tedeschi fortificarono un nuovo fronte, la linea Hitler, che passava per Pontecorvo. Nelle campagne si trovano ancora i resti dei bunker tedeschi.
Alla città è stata conferita la Medaglia d'argento al merito civile il 31 dicembre 1961. Pontecorvo è tra le Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione perché è stato insignito, 30 ottobre 1992, della Medaglia di Bronzo al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale. Dal 2007 è gemellato con Pieve d'Olmi, un paese lombardo che ha accolto numerosi rifugiati provenienti da Pontecorvo.

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