martedì 12 maggio 2026

Muzeum Susch presenta Mariusccia Secol: Unraveling

 La prima grande retrospettiva istituzionale dedicata all'eclettica artista e attivista italiana. Curata da Monika Branicka e Eva Brioschi la mostra ripercorre oltre settant'anni di pratica artistica, offrendo una visione completa di un corpus di opere che intreccia femminismo radicale, critica sociale e riscoperta storica.

 

 

OPENING RISERVATA ALLA STAMPA

11 giugno 2026, 17:00 - 20:00

 

Sur Punt 78, 7542 Susch,

Switzerland

 

www.muzeumsusch.ch

 

 



Susch, 12 maggio 2026. A partire dal 12 giugno all'1 novembre 2026, il Muzeum Susch presenterà Mariuccia Secol: Unraveling, la prima grande retrospettiva istituzionale dedicata all'eclettica artista e attivista italiana Mariuccia Secol (n. 1929). Curata da Monika Branicka e Eva Brioschi, la mostra ripercorre oltre settant'anni di pratica artistica, offrendo una visione completa di un corpus di opere che intreccia femminismo radicale, critica sociale e riscoperta storica.

 

Questa retrospettiva si allinea con la missione fondativa del Muzeum Susch di valorizzazione delle artiste dell'avanguardia internazionale trascurate o incomprese, restituendo loro lo stesso riconoscimento tributato ai colleghi. Mariuccia Secol, il cui lavoro è stato a lungo escluso dalle narrazioni dominanti, emerge oggi come una delle voci più originali del panorama artistico italiano del dopoguerra. Un percorso che ricostruisce una parabola artistica a lungo marginalizzata, presentando numerose opere inedite emerse anche grazie al confronto diretto con l’artista.

 

L'esposizione traccia l'evoluzione di Secol a partire dai primi dipinti degli anni '50 e '60, caratterizzati da temi esistenziali e dal trauma della guerra (Città bruciate, Olocausto). Un periodo di svolta fondamentale è rappresentato dal suo lavoro come insegnante nel laboratorio di pittura presso l'ospedale psichiatrico di Bizzozero-Varese (1965-1988), durante la rivoluzione psichiatrica di Franco Basaglia. In questo contesto di marginalità, Secol scoprì la creatività come strumento di autodeterminazione e guarigione. Influenzata dal clima di protesta del 1968 e dai nascenti movimenti femministi, Secol abbandonò i suoi “pennelli silenziosi” per lavorare con materiali quotidiani e domestici, come grembiuli e spugne metalliche, che divennero la materia prima di una pratica fondata sul rifiuto. L'opera iconica Casa di bambola(1970-73), creata smantellando i propri abiti (incluso l'abito da sposa), segnò il suo netto rifiuto dei ruoli univoci di moglie e madre.

 

Centrale la ricostruzione degli anni di attivismo del Gruppo Femminista Immagine di Varese, fondato nel 1974 da Secol insieme a Milli Gandini e Mirella Tognola (a cui si unirono presto Silvia Cibaldi, Clemen Parrocchetti e Mariagrazia Sironi), che si collegò alla campagna globale per il "Salario al lavoro domestico", partecipando ai principali raduni collettivi del movimento.

 

Il progetto espositivo presenta inoltre la documentazione della storica partecipazione del gruppo alla Biennale di Venezia del 1978 e sottolinea lo sviluppo dell'originale linguaggio formale di Secol, incentrato sull'idea di “rifiuto”. Invece di tessere, Secol rimuove i fili dalla struttura del tessuto, creando vuoti e strappi che evocano il corpo femminile e aprono a nuove possibilità di senso, facendo emergere luce e conoscenza dall'esplorazione interiore. Opere della maturità, come Animus-Anima (1982), dimostrano come la fibra umana venga decostruita per fare spazio al pensiero. Negli ultimi decenni, il lavoro di Secol si è ampliato verso una critica globale, affrontando temi quali le crisi migratorie, i conflitti internazionali e il collasso ecologico. Secol è stata una precorritrice nello sviluppare una forma di intersezionalità in cui le lotte delle donne si incrociano con la difesa di tutte le identità marginalizzate o oppresse. Mariuccia Secol: Unraveling è più di una semplice mostra: presenta un “archivio ribelle” che sfida la storia dell'arte ufficiale e amplia le narrazioni sulle pratiche artistiche del secolo scorso.

 

Il percorso espositivo si articola come un ciclo naturale, un cerchio che si chiude: la prima grande sala mette al centro il corpo in trasformazione in relazione alle diverse fasi della crisalide e accoglie una panoramica completa del percorso artistico di Mariuccia Secol. Nelle altre sale la narrazione si sviluppa fino a tornare al punto di partenza, riflettendo il suo cammino personale e creativo. Un percorso che inizia con i dipinti cupi e scuri degli anni '50 e '60, densi di trauma bellico e di tensione esistenziale e prosegue poi con i dipinti della metà degli anni '60 che mostrano l'emergere di un nuovo senso di soggettività. Dalla pittura tradizionale, l'artista passò ai primi lavori in tessuto, simbolo di rifiuto degli schemi convenzionali, fino a culminare nelle silhouette sfilacciate, dove la tecnica della rimozione del filo crea nuove forme attraverso il vuoto, permettendo alla luce e alla consapevolezza di emergere.

 

Al centro della prima sala, nella sua imponenza, si erge inoltre l'opera monumentale Donna ponte: un'installazione tessile di dieci metri che incarna la sua poetica dell'intersezionalità, capace di unire fronti diversi — tra maschile e femminile, tra sé e l'altro — e di abbracciare la marginalità universale come messaggio di speranza per il futuro: perfetta rappresentazione di questa sintesi della sua ricerca, orientata all’accoglienza del diverso e alla valorizzazione delle soggettività fragili.

 

Dopo questa introduzione completa, la mostra si sviluppa tematicamente e cronologicamente, con sale dedicate ai diversi media, tra cui pastelli, stoffe e ceramiche, evidenziando la sua libertà nel muoversi oltre i confini dei linguaggi tradizionali. Queste sezioni evidenziano le diverse tecniche di Secol e la sua capacità di navigare il confine fluido tra l’espressione fisica e l’impegno etico e ricostruiscono un universo a lungo vissuto dall’autrice stessa come personale e intimo, portando così una pratica privata e domestica al centro dell’attenzione istituzionale.

 

Ne emerge una visione non consolatoria, che sottolinea come, a distanza di settant’anni, molte questioni restino ancora irrisolte.

 

Hatje Cantz pubblicherà una monografia esaustiva con testi di Monika Branicka, Eva Brioschi, Maria Bremer, Sonia D'Alto, Janis Jefferies, Maria Inés Plaza Lazo, Marco Scotini e un'intervista a Manuela Gandini.

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