In occasione dell'inaugurazione, l'orario di apertura della mostra |
martedì - sabato: 11 – 18 |
Gió Marconi Gallery è lieta di annunciare Ron Nagle. Phantom Banter, la prima mostra personale in Italia dedicata allo scultore della West Coast Ron Nagle, noto per le sue raffinate sculture in ceramica di piccola scala. L’esposizione segna la sua seconda presenza nel Paese, dopo la partecipazione a The Encyclopedic Palace alla 55ª edizione della Biennale di Venezia 2013, a cura di Massimiliano Gioni. La mostra presenta undici sculture realizzate tra il 2024 e il 2026, insieme a una selezione di disegni recenti, offrendo uno sguardo approfondito sulla ricerca artistica di Nagle. Nato nel 1939 a San Francisco, dove vive e lavora, Nagle inizia a dedicarsi alla ceramica negli anni Cinquanta. Nel 1961 è apprendista presso Peter Voulkos all’Università della California, Berkeley, entrando in un ambiente sperimentale che porterà alla definizione del California Clay Movement. In questo contesto, a stretto contatto con artisti come Ken Price—che esercita su di lui un’influenza significativa—Nagle sviluppa rapidamente un linguaggio personale. Fin dagli esordi, il suo lavoro si distingue per la riduzione della scala e per una straordinaria attenzione alla superficie, elementi che diventeranno tratti distintivi della sua ricerca. Le sue sculture, raramente superiori ai 15 cm, sono costruite a partire da elementi ceramici colati e cotti, successivamente modificati con resine e altri materiali sintetici che gli consentono di espandere le forme oltre i limiti dell’argilla. Il processo è orientato all’ottenimento di effetti visivi specifici: superfici lucide o opache, texture granulari, colature sospese, stratificazioni cromatiche. Nonostante la tridimensionalità, Nagle lavora costantemente “da un punto di vista piatto”, concependo l’oggetto come immagine. In questo processo, il disegno riveste un ruolo centrale e, a partire dagli anni Novanta, precede quasi sistematicamente la realizzazione scultorea. L’ispirazione nasce spesso da osservazioni quotidiane—alberi piegati, rocce erose, gomme da masticare schiacciate o graffiti—che vengono tradotte in schizzi rapidi, talvolta automatici. Più che determinare la palette cromatica, questi disegni definiscono la resa della forma e del volume. In origine, Nagle realizza questi disegni principalmente in bianco e nero su blocchi gialli e rosa, spesso a righe, successivamente inizia a disegnare su carta velina, attribuendo al disegno un ruolo sempre più determinante nel processo creativo. Dopo averne prodotti centinaia, seleziona quelli più efficaci e, utilizzando una fotocopiatrice, ne modifica la scala fino a individuare la dimensione ideale per la traduzione tridimensionale. Il linguaggio, come elemento ulteriore, agisce su un piano autonomo. I titoli—costruiti attraverso giochi di parole, slittamenti fonetici e libere associazioni—non descrivono le opere né ne offrono una chiave interpretativa univoca. Assegnati a posteriori, introducono piuttosto un ulteriore livello di ambiguità. Questa scissione tra oggetto e titolo richiama, seppur indirettamente, le logiche associative del Surrealismo e le pratiche riconducibili a Man Ray, che fece di tale procedimento un elemento fondante della propria ricerca artistica. Questa sensibilità per il suono e per le possibilità evocative del linguaggio è legata anche al background musicale di Nagle. Oltre a essere un artista visivo, è infatti un musicista e autore di canzoni: narrazione, rime e giochi di parole gli risultano naturali e costituiscono elementi essenziali della sua personalità. Il lavoro di Nagle si sviluppa attraverso una complessa rete di influenze, che non si presentano mai come citazioni ma come elementi integrati in un sistema coerente. Da un lato, la tradizione della pittura moderna—Giorgio Morandi, Philip Guston, Josef Albers—dall’altro, la ceramica giapponese del periodo Momoyama e l’estetica del wabi-sabi che celebra la bellezza imperfetta. A queste si affiancano elementi provenienti dalla cultura popolare americana del dopoguerra: le hot rod, con le loro superfici laccate e la cura estrema della finitura, e l’architettura in stucco del Mission District di San Francisco caratterizzata dalla presenza di murales estremamente colorati. Questa compresenza di riferimenti produce una continua commistione tra alto e basso, tra cultura artistica e cultura visiva quotidiana, operando all’interno di una forma tutta unica di astrazione pop-surrealista che deriva dai suoi interessi e dal suo ambiente. Le superfici raffinate e stratificate convivono con effetti volutamente artificiali; l’accuratezza tecnica si combina con soluzioni che evocano il mondo del design automobilistico. Nel corso di oltre sei decenni, Nagle ha progressivamente ampliato il proprio vocabolario tecnico, introducendo materiali industriali in funzione degli effetti desiderati. La superficie diventa il luogo privilegiato della ricerca: aerografo, vernici automobilistiche e processi di sovrapposizione permettono un controllo estremamente preciso del colore. Ron Nagle (n. 1939) è nato a San Francisco, dove vive e lavora tuttora. La sua prima mostra personale si è tenuta nel 1968 e da allora ha esposto in numerosi musei, tra cui il Saint Louis Art Museum, il Carnegie Museum of Art, il San Diego Museum of Art, il Museum Boijmans Van Beuningen, la Secession, il Fridericianum e il Berkeley Art Museum. Nel 2013 il suo lavoro è stato incluso nella mostra “The Encyclopedic Palace” alla 55ª Venice Biennale. Nagle è anche musicista e nel 2015 è stata pubblicata da Omnivore Recordings un’edizione deluxe del suo acclamato album del 1970 Bad Rice. Ancora oggi, Nagle scrive e produce musica. |
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