Jannis Kounellis, Z/3, 1961 Tempera su tela, 135 x 165 cm Torino, GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Museo Sperimentale. Su concessione della Fondazione Torino Musei © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich Foto: Paolo Robino 2019 |
Io sono un pittore, il percorso espositivo La mostra alla Collezione Olgiati si apre con la sezione dedicata a La pittura come linguaggio, con opere in cui lettere, numeri, segni e fiori fungono da elementi di un vocabolario visivo. Qui il quadro diventa, per Kounellis, un campo linguistico, non immagine da contemplare, ma enunciato da leggere. Il percorso inizia con un gesto che è al tempo stesso omaggio e sfida: un grande quadrato nero dipinto direttamente sulla parete, affiancato da tavole del 1958 sulle quali sono impresse, a smalto, insegne di negozi (Tabacchi) e numeri (Senza titolo, 1958 / 2012). È il Quadrato nero di Malevič, opera simbolo del suprematismo, che incontra la strada romana; è la vita che irrompe dentro “il punto zero della pittura”, in un confronto che per Kounellis non sarà mai risolto. Se la pittura è linguaggio, anche una rosa può diventare un ideogramma, scrittura della natura nel sistema dell’arte, come nella celebre serie delle Rose. Nella mostra alla Collezione Olgiati sono presenti quattro lavori appartenenti a questo ciclo, tra cui la monumentale Rosa rossa (1966-1967) e la rarissima Rosa nera su carta con fondo spray argentato (1966), esposta qui per la prima volta. Nei lavori esposti nella sezione La pittura come materia e peso, il gesto pittorico si compie attraverso il peso delle cose. Ferro, carbone, lana, fumo: il mondo non è rappresentato, ma entra nell’opera nella sua concretezza più cruda. Un campo di cactus circondato da un perimetro di rotoli di piombo compone, ad esempio, l’opera Senza titolo del 2005, in un dialogo tra l’organico e il metallico, tra la crescita lenta e il confine fisso. In altri lavori la tela diventa materiale pittorico in sé: nella grande tela del 1969, i sacchi di juta e le “liane” di lana bianca scandiscono la superficie come una campata di polittico; nella tela del 1967, quattro sacchi di juta sormontano fisicamente la superficie bianca – la vita reale, con tutto il suo peso, sopra e dentro la pittura. Attraverso tele bianche e monocromi, la pittura di Kounellis si riduce a traccia, a eco; entra in dialogo con la tradizione europea, e al tempo stesso la mette in crisi. Nella sezione La pittura come memoria e silenzio il percorso della mostra si apre in un corridoio di dodici metri lungo cui si dispiega, alle pareti, uno dei simboli più potenti della mostra, Senza titolo (Omaggio a Van Gogh). Creata nel 1991 ed esposta altre poche volte, è composta da una sequenza di lastre di ferro, ognuna della stessa dimensione di un’opera di Vincent van Gogh; dalle aperture di alcune di esse filtra una luce tenue, che sembra nascere dall’interno, come nelle icone bizantine. Nulla delle opere di Van Gogh sopravvive nella superficie metallica, a rimanere sono solo la struttura e la proporzione scelte dal pittore. Il giallo – quello di Van Gogh, ma anche dell’oro delle icone bizantine – è poi un tema cromatico che attraversa tutta questa sezione. Si ritrova intervallato dalla lamiera nel monocromo Senza titolo del 2014, mentre in un lavoro del 1978 è presenza pura e sfondo in cui compare anche una barca. È, quest’ultimo, un archetipo ricorrente nel vocabolario di Kounellis come metafora del viaggio e dell’esodo. |
Jannis Kounellis, Senza titolo, 1978 Sacchi di juta, modello di barca, pigmento su tela, 132 x 78 x 59 cm Collezione Maramotti, Reggio Emilia © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich Foto: Carlo Vannini |
L’allusione alle migrazioni del Novecento – Kounellis è lui stesso figlio di uno spostamento dalla Grecia all’Italia – si ritrova anche nel cappotto. Contenitore di esistenze e memorie, basta un cappotto ripiegato su una sedia sospesa, insieme a un cappello e a un paio di scarpe, a evocare la presenza quasi di un autoritratto (Senza titolo, 2007). L’opera è esposta nell’ultima sezione della mostra, La pittura come scena e icona. Qui lo spazio espositivo è trasformato in un palco sospeso e le opere si presentano non come quadri da guardare, ma presenze che interrogano. Se la pittura ha tradizionalmente operato sulla vista soltanto, Kounellis ha lavorato per parlare al corpo intero di chi osserva. Nell’installazione del 1988, con cui si conclude la mostra, l’odore di grappa contenuto nelle centinaia di bicchieri che formano l’opera – sormontati da silhouette in piombo che alludono alle forme pittoriche create da Hans Arp – avvolge il visitatore prima ancora che il suo sguardo abbia finito di analizzare la composizione. Si è davanti a un organismo vivo, che cambia nel tempo e invecchia: “è pittura nel senso più radicale – una pittura che ha rinunciato a restare ferma”, conclude Vincenzo de Bellis. In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo bilingue (italiano-inglese) edito da Mousse Publishing, con un’introduzione di Giancarlo e Danna Olgiati, il saggio storico-critico-scientifico di Vincenzo de Bellis e un saggio di Bruno Corà. Il volume è corredato anche da apparati bio-bibliografici e dalle schede delle opere. |
Jannis Kounellis, Senza titolo, 2007 Ferro, verniciatura spray su tela, sedia, cappotto, cappello, scarpe, 200 x 180 x 41 cm Collezione Gianfranco D’Amato © Estate of Jannis Kounellis; 2026, ProLitteris, Zurich Foto: Pedicini fotografi |
Collezione Giancarlo e Danna Olgiati La Permanente 2026 – 2027 La Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, aperta al pubblico nello spazio espositivo adiacente al centro culturale LAC, rinnova ogni anno le opere esposte attingendo dalla propria ricca Collezione che copre 120 anni di storia dell’arte a partire dai primi anni del Novecento ad oggi. La centralità della Collezione è focalizzata sull’arte italiana che guarda al resto del mondo. In concomitanza con la mostra “Jannis Kounellis: Io sono un pittore” verranno esposte nella parte dello spazio dedicata alla Collezione permanente opere molto significative degli artisti qui sotto elencati e nella sala conclusiva l’Archivio Futurista, che raccoglie 1200 titoli originali. |
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