giovedì 21 maggio 2026

garage BENTIVOGLIO Traccia, 1972 di Meret Oppenheim

 Prosegue il programma di "esposizioni su strada" di Palazzo Bentivoglio,

ospitato nella vetrina dello spazio affacciato su via del Borgo di San Pietro, con un nuovo appuntamento: protagonista è l’opera di Meret Oppenheim

una delle artiste più originali del surrealismo europeo.

 

Fino al 6 giugno 2026

mercoledì - sabato, ore 19.00 - 23.00

 

garage BENTIVOGLIO

via del Borgo di San Pietro 3A, Bologna

www.palazzobentivoglio.org

 

Meret Oppenheim, Traccia, 1972, garage BENTIVOGLIO, Palazzo Bentivoglio, Bologna, ph. Carlo Favero


Bologna, 21 maggio 2026. Prosegue il programma di “esposizioni su strada” di Palazzo Bentivoglio, ospitato nella vetrina dello spazio affacciato su via del Borgo di San Pietro. Fino al 6 giugno 2026, protagonista di garage BENTIVOGLIO è Traccia (1972) di Meret Oppenheim, opera in cui l’artista svizzera trasforma un oggetto d’arredo in una presenza ambigua e perturbante, sospesa tra memoria del passato e metamorfosi surrealista. Due zampe d’ottone fissate sotto un piano ellittico evocano infatti il residuo di una mutazione interrotta: una forma familiare che sfugge alla funzione e si apre invece a un immaginario poetico e animale.

 

L’opera nasce nel contesto di Ultramobile, progetto promosso all’inizio degli anni Settanta da Simon, l’azienda fondata nel 1968 dall’imprenditore bolognese Dino Gavina insieme a Maria Simonicini. Dopo esperienze decisive come quelle di Gavina Spa e di Flos, Gavina inaugura con Simon una direzione radicalmente diversa, affidando agli artisti — più che ai designer — la possibilità di reinventare l’oggetto domestico. In controtendenza rispetto alle grandi trasformazioni del design italiano del periodo, attraversato dalle contestazioni studentesche e proletarie che fanno emergere nuovi bisogni e desideri sociali, Ultramobile si rivolge a un immaginario che attinge al dadaismo e al surrealismo, rieditando opere e intuizioni in cui la forma rinuncia a ogni finalità pratica per aprirsi alla dimensione poetica e simbolica.

 

In questi anni in cui il design italiano ridefinisce profondamente il proprio linguaggio, grazie anche al confronto internazionale e alla storica mostra curata da Emilio Ambasz al MoMA di New York, l’operazione di Gavina segue quindi una traiettoria differente. Come afferma il curatore Davide Trabucco, «non ha alcun rapporto con gli interrogativi di quegli anni. Le opere degli artisti non sono legate a nessun know-how aziendale, ma frutto dell’estro creativo del singolo; non vi è alcun rapporto tra forma e funzione e soprattutto più che prefigurare mondi, sembrano evocare rassicuranti vestigia del passato, che abbiamo già incontrato in qualche fantasia o momento onirico».

 

In Traccia, Oppenheim attinge a questa dimensione onirica e al proprio lessico surrealista zoomorfo per dare forma a un oggetto che si sottrae a ogni classificazione. Le zampe dorate che sorreggono il piano ellittico appartengono a un animale indefinibile: «troppo grandi per essere di una normale gallina, troppo piccole per appartenere forse a una creatura preistorica oramai estinta. Ma sopra il piano troviamo alcune tracce, altri simili hanno subito la stessa trasformazione, riuscendo però a volare via da noi».




Nessun commento:

Posta un commento