Piacenza, 27 febbraio 2026. Composta da 54 nazioni, custode di incredibili risorse naturali, ricca di culture e tradizioni e culla dell’umanità, l’Africa continua a esercitare sull’universo interculturale e globale contemporaneo un fascino indiscutibile. Dal 1° marzo, negli spazi di Palazzo Gotico, uno dei più antichi edifici di Piacenza, la mostra Sguardi sull’Africa a cura di Paolo Giglio e Samuele Menin, attraverso 250 tra opere d’arte e manufatti, racconta la complessa e variegata produzione artistica africana.
Figlia della progressiva riscoperta degli artisti africani e della loro capacità di far dialogare armonicamente tradizione e contemporaneità, Sguardi sull’Africa celebra anche il profondo legame tra Piacenza e l’Africa, nato negli anni Sessanta con la costruzione della Diga di Kariba sul fiume Zambesi, che vide coinvolta anche un’impresa locale, e tenuto vivo da figure di grande spessore umanitario come don Vittorio Pastori, fondatore del Movimento Africa Mission, che dagli anni Settanta porta aiuti concreti sul territorio, in particolare in Uganda.
La mostra mette in dialogo opere provenienti da due importanti collezioni, – la Collezione Giglio di Paolo e Bruno Giglio e la Collezione54 di Rosario Bifulco – ed è organizzata in sezioni dedicate rispettivamente a oggetti e statue rituali, alla pittura marocchina degli anni Trenta e a opere di artisti africani contemporanei, sia emergenti sia già affermati, in un allestimento innovativo ideato da Studio Fosbury in dialogo con gli spazi storici.
La pluralità di provenienze, epoche e linguaggi dei lavori ha ispirato un’organizzazione non didascalica o cronologica, ma relazionale, grazie all’ideazione di un dispositivo spaziale unitario, simile a un coro medievale, capace di valorizzare singolarità e risonanze reciproche: una tribuna che consente una fruizione non lineare ma a più livelli, ascensionale. Il visitatore incontra sculture, oggetti di culto, maschere, dipinti che abitano lo spazio come soggetti e non come oggetti semplicemente esposti.
La sezione Scuola di Casablanca e Modernismo in Marocco comprende opere di Mohammed Ben Ali R’bati, Farid Belkaia, Ahmed Cherkaoui, Fatna Gbouri, Hassan El Glaoui, Jilali Gharbaoui, Fatima Hassan El Farouj, Mohamed Melehi, Mohamed Kacimi, Chaibia Talal e Jacques Majorelle.
Si tratta di artisti che hanno cercato risposta a una comune domanda: come essere contemporanei senza rinunciare alla propria memoria visiva e simbolica? E se alcuni di loro, come gli appartenenti alla Scuola di Casablanca (Farid Belkahia, Mohamed Melehi), hanno definito un atteggiamento volto a costruire la modernità all’interno della tradizione, altri, come Chaibia Talal, Fatna Gbouri e Fatima Hassan El Farouj, hanno esplorato percorsi personali e istintivi, non meno innovativi. La scena marocchina del Novecento mantiene dunque, nel suo complesso, una comune tensione a trasformare memoria, esperienza e cultura visiva in linguaggio contemporaneo.
La parte dedicata all’Arte Contemporanea Africana proveniente dalla Collezione 54, costruita in oltre trent’anni da Rosario Bifulco, comprende le opere di Kamudzengerere Admire, Bodo Amani, Patrick Bongoy, Wim Botha, Edson Chagas, Meschac Gaba, Maimouna Guerresi, Fathi Hassan, Pieter Hugo, Cyrus Kabiru, Bonolo Kavula, Abdoulaye Konaté, Teresa Kutala Firmino, Ibrahim Mahama, Zanele Muholi, Kelechi Charles Nwaneri, Chéri Samba, Barthélémy Toguo e Raymond Tsham.
Le opere esposte, che spaziano dalla pittura alla fotografia, dagli arazzi alle installazioni, documentano la molteplicità di posizioni, visioni e contesti che caratterizza oggi la scena africana, affrontando temi come il rapporto tra materia e memoria nelle opere tessili di Abdoulaye Konaté e Ibrahim Mahama, le questioni identitarie nelle fotografie di Cyrus Kabiru e Zanele Muholi, o il riuso e la trasformazione dei materiali nelle opere di Patrick Bongoy e Bonolo Kavula. Una sezione che restituisce un panorama dinamico, un campo di relazioni capace di costruire una nuova narrazione del presente.
L’ultima sezione, Giovani Voci, con le opere di Ako Atikossie, Ibrahim Ballo, Soly Cissè, Binta Diaw, Adji Dieye, Victor Fotso Nyie, Francis Offman, Odinakachi Okoroafos e Pedro Pires, racconta una generazione di artisti giovani o giovanissimi le cui ricerche si fanno interpreti delle trasformazioni identitarie contemporanee e delle relazioni tra cultura africana, migrazioni e diaspora: una polifonia capace di ridefinire l’Africa di oggi.
Provenienti da contesti geografici e culturali diversi, molti segnati dall’esperienza della migrazione, questi autori raccontano la diaspora come spazio dinamico di scambio e trasformazione, in cui radici e cambiamento convivono e si rinnovano. Attraverso pittura, fotografia, scultura, installazione e pratiche d’archivio, gli artisti di questa sezione affrontano temi legati alla memoria, all’eredità coloniale e ai sistemi di rappresentazione che hanno contribuito a costruire narrazioni semplificate sull’Africa e le sue comunità.
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