Sguardo e cura attraversano le sale del museo e trovano il loro punto culminante nell’installazione site-specific realizzata nell’ultima sala espositiva. Qui l’intero spazio è rivestito di coperta isotermica e si trasforma in un ambiente immersivo e straniante, destinato ad accogliere una nuova opera Ad lucem di Dimastrogiovanni, realizzata appositamente per la mostra.
L’opera nasce come una trasfigurazione contemporanea della pala d’altare recentemente riscoperta e attribuita a Pietro Ricchi (1606–1675), conservata nella Cappella del Cimitero Monumentale di Cavalese e rimasta per decenni relegata nell’oscurità, pressoché dimenticata e sconosciuta al pubblico.
Ad lucem è composta come un polittico di elementi circolari di dimensioni differenti e dialoga con un’ampia selezione di opere delle serie Iniuria e Mirror. I protagonisti dei dipinti, raffigurati mentre guardano frontalmente o lateralmente, sembrano orientare il proprio sguardo verso la nuova composizione, innescando un dialogo inedito tra passato e presente: personaggi contemporanei che osservano una memoria antica, a lungo rimasta nascosta.
Il percorso espositivo si arricchisce inoltre di una vera e propria Wunderkammer, che rivela l’indole di collezionista di Dimastrogiovanni, insieme a una serie di opere su cartone del vino che l’artista ha realizzato per la storica enoteca trentina “Grado 12”, accettando la sfida di misurarsi con un supporto diverso dalla tela, senza rinunciare alla propria cifra stilistica né all’utilizzo dei materiali che caratterizzano la sua ricerca.
«All’inizio di questo anno ho scommesso su una parola precisa: “occasione”. Non una semplice contingenza, ma l’accezione per cui l’essenza di qualcuno o qualcosa risiede nell’occasione della sua esecuzione, capace di far emergere significati altrimenti latenti. Ecco, Festina lente è proprio questo: è l’occasione per ricordarci che la memoria culturale, esattamente come la nostra identità, non è un dato statico, bensì un puzzle continuo che possiamo e dobbiamo ricomporre per non rassegnarci all’invisibilità. Jacopo Dimastrogiovanni, che osservavo da tempo attraverso le sue opere e che poi ho personalmente conosciuto e fortemente voluto qui al Museo d'Arte Contemporanea di Cavalese per questo progetto, è come un collezionista di frammenti che si appropria di memorie che carpisce agli altri, al passato, ai loro nomi, per dar voce alle inquietudini dell'uomo contemporaneo, fino a svelare che nessuno è davvero tenuto a rimanere l'individuo che è nato, né prigioniero della propria storia», dichiara Elsa Barbieri, curatrice della mostra e direttrice del Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese.
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