Verona, 29 luglio 2026. Dal 30 luglio al 1° novembre 2026, i suggestivi ambienti sotterranei del Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona, accolgono una grande mostra dedicata a Dorothea Lange (Hoboken, New Jersey, 1895 – San Francisco, 1965), tra le figure più significative della fotografia documentaria del Novecento e autrice di alcune delle immagini che hanno segnato in maniera indelebile l’immaginario del XX secolo.
Organizzata dal Comune di Verona e prodotta da CAMERA Torino, la mostra, curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi, riunisce circa 200 fotografie e ripercorre il periodo più intenso della ricerca di Lange, dagli anni della Grande Depressione all’internamento dei cittadini statunitensi di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Migrazioni, disuguaglianze sociali, discriminazioni e crisi ambientali attraversano un percorso che restituisce tutta la straordinaria attualità di uno sguardo capace di osservare i grandi mutamenti della storia a partire dalle vite delle persone.
Conosciuta soprattutto per Migrant Mother, una delle fotografie più celebri del Novecento, Dorothea Lange è stata una protagonista assoluta della fotografia sociale americana. Come scrisse John Szarkowski, fu «per scelta un’osservatrice sociale e per istinto un’artista»: una definizione che sintetizza la sua capacità di coniugare il rigore della documentazione con una profonda partecipazione umana, facendo della fotografia uno strumento di conoscenza e testimonianza civile.
Il percorso espositivo accompagna il visitatore attraverso gli Stati Uniti degli anni Trenta e Quaranta, seguendo Lange nei luoghi attraversati dalla crisi economica, dalle migrazioni interne e da profonde trasformazioni sociali. Le prime immagini osservano gli effetti della Grande Depressione nelle città, tra uffici di collocamento, scioperi e manifestazioni, per poi spostarsi lungo le strade percorse da migliaia di famiglie costrette ad abbandonare le proprie terre a causa della siccità, delle tempeste di sabbia e della crisi agricola.
A partire dal 1935, Lange entra a far parte del gruppo di fotografi incaricati dalla Farm Security Administration, l’agenzia governativa nata nell’ambito delle politiche del New Deal, di documentare le condizioni di vita dei lavoratori agricoli migranti. Insieme all’economista Paul S. Taylor, percorre migliaia di chilometri attraverso il Paese, raccogliendo immagini e testimonianze che danno un volto alla povertà e alle grandi migrazioni interne che segnano quegli anni.
Uno dei nuclei centrali della mostra è dedicato agli accampamenti improvvisati sorti lungo le rotte dei migranti, le cosiddette “jungles”, dove migliaia di persone vivono in tende e ripari di fortuna, prive dei servizi essenziali e in attesa di trovare un lavoro stagionale. È in questo contesto che nasce Migrant Mother, il ritratto di Florence Owens Thompson destinato a diventare un’icona del XX secolo. Accanto a questa immagine, il percorso presenta altri scatti emblematici, tra cui Toward Los Angeles, California (1937), nei quali Lange racconta la durezza delle condizioni di vita senza mai sottrarre dignità alle persone ritratte.
Dal 1937 Lange e Paul S. Taylor proseguono il loro lavoro nel Sud degli Stati Uniti, documentando le condizioni dei braccianti impiegati nelle grandi piantagioni di cotone, tabacco e mais. Qui il divario sociale e la segregazione razziale rendono ancora più evidente lo sfruttamento della manodopera agricola. Le fotografie mostrano uomini e donne costretti a lavorare per salari minimi e restituiscono una testimonianza diretta delle profonde disuguaglianze che attraversano il Paese.
Accanto alle immagini della crisi, la mostra racconta anche gli effetti concreti dell’intervento della Farm Security Administration. La documentazione raccolta contribuisce infatti a rendere visibili condizioni di vita fino ad allora largamente ignorate, mentre il governo avvia la costruzione di nuovi insediamenti per i lavoratori migranti, dotati di servizi essenziali e organizzati anche attraverso cooperative agricole. Lange registra il graduale cambiamento: i volti si fanno più distesi, i bambini tornano a giocare e nella quotidianità comincia ad affiorare la possibilità di un futuro diverso.
Il percorso si conclude con uno dei capitoli più intensi e meno conosciuti della carriera di Dorothea Lange. Dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, la fotografa viene incaricata dalla War Relocation Authority di documentare il trasferimento forzato di oltre 110.000 persone di origine giapponese nei campi di internamento istituiti dal governo americano. Pur avendo espresso, insieme al marito, il proprio dissenso nei confronti di questa misura, Lange accetta l’incarico e realizza una delle testimonianze più potenti di quella vicenda.
Sottoposte a un rigoroso controllo da parte delle autorità militari e rimaste per molti anni quasi sconosciute, queste fotografie raccontano la perdita improvvisa della libertà e della normalità. Nei bambini che leggono fumetti americani, cantano l’inno nazionale o giocano come i loro coetanei, così come negli sguardi composti degli anziani in attesa del trasferimento, Lange rende visibile la drammaticità di una scelta politica destinata a segnare profondamente la storia degli Stati Uniti.
Attraverso circa 200 fotografie provenienti dalle collezioni della Library of Congress di Washington e della New York Public Library, la mostra ripercorre il lavoro di un’autrice che ha trasformato la fotografia in uno strumento di conoscenza, denuncia e partecipazione civile. A quasi un secolo di distanza, lo sguardo di Dorothea Lange continua a interrogare il presente, ricordando che dietro le grandi crisi, le trasformazioni economiche e le decisioni della politica ci sono sempre le vite, i volti e la dignità delle persone che le attraversano.
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