martedì 14 aprile 2020

Verso un nuovo Rinascimento?





In questi giorni, non sapendo che cosa fare, mi sono dedicato a spolverare e riordinare i miei libri. Mi è capitato fra le mani il Decamerone e ne ho sbirciato distrattamente l’introduzione: è stato come leggere una cronaca contemporanea.
…… Dico adunque che giá erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nell’egregia cittá di Firenze, oltre ad ogni altra italica nobilissima, pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantitá di viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, inverso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata. Ed in quella non valendo alcun senno né umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la cittá da uficiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazione della sanitá, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte ed in processioni ordinate ed in altre guise a Dio fatte dalle divote persone; quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, ed in miracolosa maniera, a dimostrare. ……
A cura delle quali infermitá né consiglio di medico né vertú di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto: anzi, o che la natura del malore nol patisse o che l’ignoranza de’ medicanti, de’ quali, oltre al numero degli scienziati, cosí di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta mai, era il numero divenuto grandissimo, non conoscesse da che si movesse e per conseguente debito argomento non vi prendesse, … solamente pochi ne guerivano…..
E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagl’infermi di quella per lo comunicare insieme s’avventava a’ sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto vi sono avvicinate. E piú avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare con gl’infermi dava a’ sani infermitá o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni e qualunque altra cosa da quegli infermi stata tócca o adoperata pareva seco quella cotale infermitá nel toccator trasportare. ….
Ed oltre a questo ne seguí la morte di molti che per avventura, se stati fossero aiutati, campati sarieno; di che, tra per lo difetto degli opportuni servigi, li quali gl’infermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella cittá la moltitudine di quegli che di dí e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Per che, quasi di necessitá, cose contrarie a’ primi costumi de’ cittadini nacquero tra coloro li quali rimanean vivi. Era usanza, sì come ancora oggi veggiamo usare, che le donne parenti e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che piú gli appartenevano piagnevano; e d’altra parte dinanzi alla casa del morto co’ suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini ed altri cittadini assai, e secondo la qualitá del morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri de’ suoi pari, con funeral pompa di cera e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n’era portato. Le quali cose, poi che a montar cominciò la ferocitá della pestilenza, o in tutto o in maggior parte quasi cessarono ed altre nuove in lor luogo ne sopravvennero. Per ciò che, non solamente senza aver molte donne da torno morivan le genti, ma assai n’eran di quegli che di questa vita senza testimonio trapassavano: e pochissimi erano coloro a’ quali i pietosi pianti e l’amare lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute.
Che piú si può dire, lasciando stare il contado ed alla cittá ritornando, se non che tanta e tal fu la crudeltá del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra il marzo ed il prossimo luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermitá e per l’esser molti infermi mal serviti o abbandonati ne’ lor bisogni per la paura che aveano i sani, oltre a centomilia creature umane si crede per certo dentro alle mura della cittá di Firenze essere stati di vita tolti, che forse, anzi l’accidente mortifero, non si saria estimato, tanti avervene dentro avuti? …
Ho tralasciato alcuni particolari sulle bassezze a cui si giunse nella Firenze del ‘300, sperando che non siano attuali, ma per il resto sembra di leggere una cronaca di oggi!
Ebbene, sembra impossibile, ma Boccaccio, che dovette assistere ad una tragedia come questa, negli anni immediatamente successivi (da 1 a 4) ebbe la forza di scrivere un’opera sostanzialmente serena, come nata da chi sia in grado di comprendere e superare lo strazio e riprendere la sua vita, conoscendone tutte le gioie ed i dolori e descrivendo l’essere umano con tutte le sue caratteristiche di sublimi virtù e di bassezze morali.
Da questa obiettiva e serena descrizione dell’uomo sotto tutti i suoi aspetti nacque lo spirito dell’Umanesimo un movimento, prima letterario, poi filosofico e culturale, che poi portò al grande Rinascimento Italiano.
Ora mi sono chiesto: potrebbe nascere qualcosa di simile anche adesso, o meglio quando questa catastrofe sarà passata?
In effetti qualche indizio esiste: dallo spirito di fratellanza che sembra manifestarsi in Italia ed anche nel mondo (vedi generosi aiuti giunti in Italia  dalla Russia) di fronte alla pandemia esplosa a livello internazionale, anche se non mancano, in senso contrario, spettacoli di stupida presunzione egoistica (vedi le tante persone che, incuranti dei divieti, escono di casa incuranti del pericolo, di contagiare sé stessi e gli altri, con possibili esiti mortali).
Anche l’ammirazione per lo sforzo eroico dei medici e degli infermieri, sembra unirci e dimostrare che stiamo riscoprendo dei valori che vanno al di là del semplice consumismo, ma che indicano una volontà di agire tutti insieme per il bene comune.
Un esempio di ciò è rappresentato anche da una recente iniziativa imprenditoriale dal nome emblematico: “E.S.A. – Excellentia Superior Animus”(L’animo superiore crea cose eccellenti), nata dalla volontà di imprenditori nati nell’Appennino o comunque legati ad esso, di impegnarsi per una rinascita economica, ma anche sociale e culturale dell’Appennino stesso, una terra che ha saputo dare grandi intelligenze, da Leonardo a Marconi, a Benedetto Croce, a Giorgio Morandi, che però si sono dovuti allontanare dalla terra natale per emergere.
Il progetto di questa rete è di favorire la rinascita di questa terra, attraverso un nuovo modo di organizzare la produzione e le attività economiche, privilegiando la conservazione e la promozione della bellezza dei paesaggi e della loro biodiversità.
Questo processo di valorizzazione dell’Appennino, prima di tutto economica, ma contemporaneamente anche sociale, partirà dell’attività turistica e da un’agricoltura biocompatibile e capace di scoprire e valorizzare i prodotti tipici del territorio; in questa fase ci si avvarrà dell’importante collaborazione della Facoltà di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di Bologna e della Scuola Alberghiera e di Ristorazione di Serramazzoni. Successivamente si interverrà sull’ artigianato e sulla  piccola-media industria, sempre però in chiave ecosostenibile
Se questo è ciò che sta nascendo in un territorio che da decenni soffre lo spopolamento e la povertà, spero proprio che ciò sia indizio di una volontà di autentico rinnovamento che coinvolga tutto il Paese, alla riscoperta di valori umanistici, sicché si giunga ad un nuovo Rinascimento, grazie ad una volontà di autentica rinascita, che preveda, sì, il legittimo guadagno, ma sempre unito ad uno sforzo per  procurare anche un bene comune a tutti.
Gianluigi Pagano

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