Valeria Canavesi, Guerra (dettaglio). Ph. Daniela Ferrante Bernasconi |
L’Archivio Rachele Bianchi presenta Sono solo parole, progetto espositivo di Valeria Canavesi, visitabile dal 17 settembre all’11 ottobre 2026 presso la sede dell’Archivio in Via Legnano 14 a Milano. La mostra si inserisce nel programma Rete Aperta, giunto all’undicesima edizione, attraverso cui l’Archivio invita artisti contemporanei a confrontarsi con l’eredità di Rachele Bianchi. Il nuovo appuntamento accoglie una ricerca che pone al centro il linguaggio e la sua capacità di costruire significati, relazioni e identità. Sono solo parole nasce da una riflessione sul destino delle parole nella società contemporanea: parole consumate, abusate, dimenticate o svuotate di senso, eppure ancora capaci di orientare il pensiero, dare forma ai sentimenti e trasformarsi in azione. Attraverso testi poetici, sperimentazione materica e tecniche di stampa artigianale, Valeria Canavesi trasforma le parole in opere fisiche, fragili e potenti al tempo stesso. Ogni parola scelta dall’artista diventa protagonista di un manifesto originale di formato 50x70 cm, realizzato in undici esemplari e stampato a mano nell’atelier A14 di Milano. Carte differenti, colori, effetti di stampa e lavorazioni manuali vengono associati semanticamente a ciascun termine, restituendone una specifica identità visiva e concettuale. “Siamo sommersi di parole senza più significato. Parole vilipese, abusate, dimenticate. Eppure, tutti pensiamo con le parole. Con le parole costruiamo i nostri desideri, diamo forma a sentimenti e ragionamenti. Con questa ricerca ho voluto restituire alle parole tutta la centralità che meritano”, afferma Valeria Canavesi. |
Valeria Canavesi, Libera (dettaglio). Ph. Daniela Ferrante Bernasconi |
Il progetto combina strumenti analogici e digitali, coinvolgendo torchi, telai, inchiostri, rulli e cliché in un processo produttivo che restituisce corpo e presenza alla scrittura. Le opere diventano così oggetti vulnerabili e preziosi, esposti alla stessa sorte delle parole: custodite, manipolate, ferite o dimenticate. In mostra, tre opere di Rachele Bianchi dialogano con la ricerca di Valeria Canavesi: Donna con bambino (1955, marmo bianco), La Coppia (1994, bronzo) e Figura con la rete (2005, bronzo). La relazione tra le due artiste non si fonda su una somiglianza formale, ma su una comune riflessione intorno alle “corazze” dell’essere umano e ai processi di costruzione dell’identità. Nelle opere di Rachele Bianchi la figura femminile attraversa un percorso di emancipazione da vincoli visibili e invisibili; nelle opere di Valeria Canavesi la parola si manifesta come soglia e barriera, strumento di accesso e insieme dispositivo che può trattenere o nascondere. “Ed è qui che si rende evidente il punto più inedito della mostra”, afferma il curatore Giorgio Uberti. Rachele Bianchi ha affidato alla materia il compito di dire ciò che la parola, da sola, non poteva trattenere. I suoi titoli ricorrenti - Figura, Personaggio, Senza Titolo - confermano questa essenzialità: non nominano, ma aprono. Non spiegano, ma indicano”. Valeria Canavesi, al contrario, lavora proprio dentro la parola, nelle sue grazie, nelle sue ambiguità, nella sua capacità di costruire e insieme di velare. Nel suo percorso la parola non è mero strumento descrittivo, ma sostanza dell’opera, trama che trattiene e interroga. L’artista espone la parola come un dispositivo che può proteggere e imprigionare al tempo stesso, come una rete che mostra e nasconde, che concede accesso ma anche impone un filtro. È una soglia, ma anche una barriera. Il nesso con l’opera di Rachele Bianchi non sta dunque in una somiglianza formale, né in una facile consonanza tematica, ma in una medesima, ostinata riflessione sulle corazze dell’essere umano. |
Rachele Bianchi, Figura con la rete, 2005 |
Rachele Bianchi ha posto al centro della propria ricerca la figura femminile come corpo generativo e insieme trattenuto, come presenza che si definisce attraverso un lento processo di liberazione da vincoli visibili e invisibili. Le sue donne sono attraversate da una tensione costante: trattenute da manti, strutture geometriche e superfici che sembrano proteggere e costringere allo stesso tempo, fino a trasformarsi in una rete sempre più aperta, in una possibilità di emancipazione. La corazza, nella sua opera, non è un dato definitivo ma un passaggio, un dispositivo da attraversare. Valeria Canavesi, con un linguaggio diverso, torna sul medesimo nodo e sulla medesima rete. La sua è un’indagine che attraversa opposizioni e fratture linguistiche. In questa tensione trova un terreno comune con Rachele Bianchi, perché anche qui la forma non è mai semplice apparenza, ma il luogo in cui si giocano identità, memoria, desiderio e sofferenza. Le parole di Canavesi, pur essendo esposte come materia visiva, si comportano come elementi plastici: si addensano, si scheggiano, si stratificano, si fanno corpo. È un corpo che trasforma l’estetica in semantica: colori, effetti, tipologie di carte e tecniche di stampa rigorosamente manuali restituiscono centralità e potenza a ogni testo. “Pesante e leggero. Solidità e fragilità. Materia e parole. Bronzo, marmo, gesso. E carta. La relazione delle mie opere con le sculture di Rachele Bianchi si sostanzia nel dialogo tra gli opposti e nell’equilibrio degli estremi”, scrive l’artista. Due donne, due visioni, due forme d’arte. Con la medesima volontà di dare voce alla propria anima senza filtri, senza pregiudizi, senza difese. Senza barare, mai. |
Valeria Canavesi, Cura (dettaglio). Ph. Daniela Ferrante Bernasconi |
La mostra evidenzia come linguaggi differenti possano convergere nella medesima urgenza espressiva: interrogare la condizione umana, la memoria, l’amore, la sofferenza e il desiderio attraverso forme capaci di trasformare l’esperienza individuale in riflessione collettiva. La mostra conclude il programma di iniziative dedicate al Centenario di Rachele Bianchi e trova nella parola il proprio filo conduttore. La scelta di affidare a Valeria questo momento finale assume un significato particolare: nel suo percorso, infatti, la parola non è mero strumento descrittivo, ma sostanza dell’opera, trama che trattiene e interroga. In questo contesto si inserisce anche la presentazione della monografia dedicata a Rachele Bianchi, in programma nel corso della mostra, che suggella il percorso del Centenario e rafforza il dialogo ideale tra le due figure nel segno della parola, intesa come spazio di ricerca, memoria e trasmissione culturale. |
VALERIA CANAVESI Nata a Como nel 1968, è autrice per l’Enciclopedia Italiana Treccani. Copywriter, direttrice creativa e consulente di comunicazione, ha collaborato con agenzie e aziende italiane e internazionali, occupandosi di progetti pubblicitari e strategie di brand. Svolge inoltre attività di docenza in ambito pubblicitario e di copywriting. La scrittura accompagna il suo percorso fin dall’infanzia: iniziata prima ancora dell’età scolare, è diventata nel tempo una pratica centrale, vissuta come necessità espressiva, spazio di ricerca e strumento di osservazione del mondo. Nel suo lavoro professionale utilizza la scrittura in tutte le sue forme applicate — articoli, contenuti editoriali, campagne pubblicitarie, testi per spot, presentazioni e progetti digitali — con una profonda conoscenza dei meccanismi del linguaggio persuasivo e informativo. Accanto all’attività professionale, sviluppa una ricerca personale autonoma attraverso il progetto “Sono solo parole”, che si colloca in una dimensione espressiva indipendente rispetto alla comunicazione commerciale. In questo percorso, la scrittura si allontana dalle logiche della persuasione e della funzione professionale per diventare uno spazio di esplorazione interiore e di autenticità. La parola viene indagata nella sua essenza più libera e originaria, come strumento di ascolto, risonanza e restituzione del vissuto. La scrittura si configura così come un territorio intimo di ricerca, in cui l’autrice dà forma a un dialogo personale con il linguaggio e con le proprie profondità emotive e simboliche. ARCHIVIO RACHELE BIANCHI L’Archivio Rachele Bianchi è un centro dedicato alla conservazione, allo studio e alla valorizzazione dell’opera della scultrice milanese, tra le voci più indipendenti e libere del secondo Novecento. Oggi si configura come un Archivio 3.0, un ecosistema attivo che mette in dialogo il patrimonio con le ricerche contemporanee, trasformando la memoria in occasione di produzione culturale. RACHELE BIANCHI (1925–2018) è una delle voci più indipendenti della scultura del secondo Novecento. A Milano è autrice della prima scultura pubblica dedicata alle donne, Personaggio (Via Vittor Pisani, posa 2019), ed è stata inserita tra le prime cento donne nel Famedio del Cimitero Monumentale. In occasione del centenario della nascita, l’Archivio ha promosso un programma di iniziative culminato nella mostra a Palazzo Pirelli, consolidandone il riconoscimento istituzionale. La sua ricerca indaga la figura come luogo di tensione tra interiorità e materia, dove la forma diventa pensiero e presenza. RETE APERTA è il progetto dell’Archivio Rachele Bianchi dedicato al dialogo tra l’opera dell’artista e le ricerche di artisti contemporanei. Ogni anno l’Archivio invita artisti contemporanei a sviluppare un progetto espositivo all’interno dello spazio, accompagnandoli nelle diverse fasi del processo - dalla curatela alla comunicazione - in coerenza con la propria visione di Archivio 3.0, inteso come ecosistema attivo di produzione culturale. Con Valeria Canavesi, il progetto raggiunge il suo undicesimo capitolo, confermando l’impegno dell’Archivio nel promuovere un confronto vivo e continuo tra le opere di Rachele Bianchi e le pratiche artistiche contemporanee. |
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