Nel mese di maggio, in cui l’Italia ospita grandi mostre internazionali, la Galleria di 10·Corso·Como rende omaggio al maestro dell’Arte Povera Jannis Kounellis con un progetto speciale realizzato in collaborazione con la Galleria Fumagalli. Negli spazi ripensati di 10·Corso·Como, un tempo ambienti industriali, si inserisce il linguaggio forte e rigoroso di uno dei più grandi artisti del XX secolo. Un invito alla riflessione e al silenzio: lo spazio bianco della Galleria si trasforma in un teatro essenziale, in cui il visitatore è protagonista.
La drammaturgia è costruita da un’unica grande installazione, realizzata dall’artista greco nel 2009, composta da settanta cappotti neri disposti come macchie e tracce del passato, un dispositivo potente e silenzioso di introspezione. In un presente segnato da profondi sconvolgimenti politici e sociali, in cui tornano al centro del dibattito mondiale le migrazioni, gli spostamenti e la condizione dell’essere umano in transito, l’opera si impone come un invito ad arrestare il passo e guardare oltre la superficie.
Kounellis ha attraversato luoghi non convenzionali dell’arte – chiese, garage, ruderi, ex spazi industriali – portando la pratica espositiva fuori dai musei e dalle gallerie, verso una dimensione pubblica e condivisa. Nel grande spazio bianco della Galleria di 10·Corso·Como, l’installazione si compone di una sequenza serrata di cappotti: oggetti che conservano la traccia materiale e immateriale di chi li ha indossati, diventando segni di assenza, presenza, testimonianza e memoria. Non semplici indumenti, ma tracce di vite vissute, portatrici di storie individuali e collettive, simboli di protezione, vulnerabilità e movimento. Il cappotto diventa così riferimento diretto all’uomo, posto al centro della ricerca, all’interno di un grande atto unico in cui la vita stessa va in scena.
Nel contesto di 10·Corso·Como, luogo legato alla cultura visiva, alla moda e all’incontro tra discipline artistiche, il cappotto assume significati stratificati. L’opera invita a sospendere il giudizio e a riflettere sull’abito come testimonianza del tempo: elemento carico di riferimenti culturali, legato alla tradizione letteraria di Gogol e Dostoevskij e al cinema neorealista, allegoria di nomadismo e diaspora, potente portatore di storia sociale. In questa installazione si fa macchia, calco, corpo e sudario, abbracciando insieme dimensione sacra e dimensione sociale.
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