La struttura del piatto si muove tra suggestioni culturali differenti, ma trova la sua coerenza nella visione dello chef. L’ispirazione arriva dal Borsch, una tipica zuppa dell’Europa dell’Est a base di barbabietola, che Schettino rilegge e traduce in una costruzione interamente vegetale. Al posto del tradizionale brodo di carne, introduce un dashi a base di alga kombu, arricchito dal succo di rapa rossa: un elemento che definisce non solo la vibrante cromia del piatto, ma anche la sua profondità gustativa, giocata su note umami, e riflette una tecnica che non sovrasta l’ingrediente ma ne amplifica l’identità. In questo equilibrio, il brodo dashi diventa lo strumento attraverso cui lo chef costruisce complessità senza rinunciare a leggerezza e nitidezza, restituendo al vegetale una centralità piena.
Ne nasce una proposta che intercetta l’evoluzione della cucina d’autore, sempre più orientata alla centralità dell’ingrediente vegetale, ma che trova il suo vero valore nel racconto. Il richiamo alla memoria personale non è un elemento isolato, bensì il vero fil rouge della cucina di Schettino: un tratto distintivo che accomuna i suoi piatti più iconici, da “Caruso: latte in piedi bolognese? No, pastiera napoletana” a "Ricordo di uno scarpariello", ogni creazione nasce da un vissuto e si traduce in una costruzione tecnica capace di renderlo attuale.
All’interno del Grand Hotel Majestic “già Baglioni”, il Ristorante I Carracci si conferma così spazio di ricerca e narrazione gastronomica. Con “Dashi, rape e verdure di stagione”, Schettino firma un piatto che unisce estetica, tecnica e identità, trasformando un gesto intimo – il ricordo del padre – in una proposta capace di evolvere nel tempo, proprio come la natura a cui si ispira.
Credits Foto Aromi.Group |
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